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Intervista a Saeed Roustaee

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Incontro con il regista di “Leila e i suoi fratelli”

Regista, sceneggiatore e produttore, Saeed Roustaee (a volte traslitterato come Roustayi) rappresenta uno dei nomi più interessanti del nuovo cinema iraniano. Con la sua opera prima, Life and a Day, ha fatto incetta di awards al Fajr International Film Festival, il premio cinematografico nazionale. Il suo secondo film, Just 6.5, è stato nominato al César per il miglior film straniero. A consacrare definitivamente il cineasta è Leila’s Brothers, presentato in concorso a Cannes 2022 ed ora è in uscita nelle sale italiane con il titolo Leila e i suoi fratelli.
Abbiamo incontrato Saeed Roustaee a Cannes.

D: In un momento del film si vede, in televisione, Donald Trump. La sua presenza è un modo per richiamare un contesto internazionale, quello delle sanzioni all’Iran, in cui si iscrivono anche le vicende dei protagonisti, nella loro povertà?
Saeed Roustaee: Una cosa davvero impressionante in Iran è la forte, e diretta, e ovvia, connessione tra la vita quotidiana della gente, nelle conversazioni normali, e la politica internazionale. Le figure internazionali hanno un peso sull’inflazione quotidiana che ha un impatto immediato sulla vita della gente. E questa è causata dalle sanzioni che dipendono dalle decisioni e dai comportamenti di questi leader internazionali. Certo ci sono anche azioni sbagliate del governo locale. Le sanzioni sono dipese tanto da Ahmadinejad quanto poi da Trump. Per me è interessante includere questi richiami alla crisi internazionale proprio perché se ne parla abitualmente. E il primo obiettivo di questa situazione è la gente, nessun altro che la povera gente che sta soffrendo per le sanzioni.

D: Una situazione comune nei tuoi film è quella del personaggio che fa una corsa col tempo per riuscire a fare qualcosa. Potremmo parlare di un ingrediente thriller?
Saeed Roustaee: Solo per Just 6.5 parlerei di thriller, ma si tratta di un problema diverso. In generale non direi che i miei film sono realmente dei thriller. Anche se c’è suspense, questa si risolve abbastanza rapidamente. Sono in realtà interessato alle questioni relative alle relazioni umane, intricate, in ambito famigliare. E per Just 6.5, l’elemento thriller, la suspense è per me il modo migliore di focalizzarmi sulla figura assente. Se un personaggio è mancante, la sua assenza rappresenta un modo conveniente per rappresentarlo e per poi focalizzarsi su altri aspetti.

D: Dici che parte della tua ispirazione deriva dalla tragedia greca e da Shakespeare? Per quanto riguarda invece il cinema, ti senti parte di una tradizione importante come quella iraniana?
Saeed Roustaee: Ho imparato a fare i film dalla vita e a vivere dai film. I miei film sono fatti dal materiale che la vita mi dà. Scrivo i dialoghi in base a quello che sento dire alla gente, e le situazioni che descrivo provengono dalla gente che vive attorno a me. Questo è ciò che davvero nutre il mio cinema. Allo stesso tempo, quando mi sento giù di morale, guardo un film. Quando sono fiducioso, guardo un film. È nei film che imparo come perdere la fede, a riconquistare la fiducia, ad andare avanti nella mia vita, a migliorare il mio ambiente di vita. C’è una forte, e reciproca, connessione per me, tra cinema e vita.

D: Quanto la famiglia di Leila rappresenta uno spaccato della società iraniana?
Saeed Roustaee: Il motivo per cui all’inizio mostro la scena della fabbrica, dove lavora un fratello, è per far vedere tantissime persone. Ho scelto di raccontare la storia di una di loro, ma è certo che tutti gli altri non stanno in condizioni migliori.

D: E l’isteria che pervade il film è rappresentativa dell’inquietudine che il paese sta vivendo?
Saeed Roustaee: Ho voluto girare in una piccola location, a malapena più larga di 100 metri quadrati, perché volevo che ci si trovasse nella stessa condizione in cui vive quella gente. Non hanno privacy. Non riescono a prendere le distanze l’uno con l’altro. Per questo li riprendo spesso insieme in inquadrature da vicino. Non riescono ad avere una visuale più ampia dell’altro. Vedono da molto vicino l’altro. Non hanno spazio privato, nessuna intimità, e questo li mette in una situazione di tensione e difficoltà. Quella tensione che volevo restituire nel film. Urlano perché cercano di far capire il proprio punto di vista ma non sempre viene compreso. Certo è un’isteria che rappresenta lo stato d’animo del paese.

D: Si tratta di un film corale. Come hai fatto a delineare i singoli personaggi?
Saeed Roustaee: Ho cercato di rendere ciascuno di essi unico, nel proprio modo di essere, nelle proprie caratteristiche, nella battute che dicono. Una frase che dice Manouchehr non può essere detta da Alireza, il modo in cui reagisce Leila non può essere lo stesso di Farhad. Sono personaggi unici e specifici. Questo è il primo obiettivo di una sceneggiatura, ciò che ho inseguito. Spero di esserci riuscito.

D: Come lavori con i tuoi attori? Lasci loro libertà o meno?
Saeed Roustaee: Nel mio approccio, prima di tutto, ho già in mente gli attori quando scrivo. So già per chi sto scrivendo, sono sempre attento a lavorare effettivamente con gli attori che avevo scelto prima. E una volta che il copione è pronto, abbiamo un lungo processo di prove. Facciamo due mesi interi di prove quotidiane in cui proviamo sia individualmente, sia duetti, sia in scene collettive. Ci concentriamo maggiormente sui momenti più difficili. Una volta che iniziamo a girare rimaniamo estremamente fedeli alla sceneggiatura.

Abbiamo incontrato, dopo il regista, alcuni interpreti del film: Taraneh Alidoosti (Leila), Navid Mohammadzadeh (Alireza), Payman Maadi (Manouchehr).

D: Il regista ci ha appena detto che avete fatto due mesi di prove. Avete portato qualcosa ai vostri personaggi durante quel periodo?
Navid Mohammadzadeh: Parlavamo del film con lui già da tre anni. Già ci aveva detto cosa voleva da noi. Quindi era già tutto lì. Abbiamo lavorato come ha voluto il regista. Quando abbiamo girato abbiamo dato vita ai personaggi, non abbiamo agito come semplici automi. Siamo diventati quei personaggi, non eravamo più noi stessi. Lui ci ha diretti e noi siamo diventati Alireza, Manouchehr, Leila e tutti gli altri.
Payman Maadi: Ho fatto tre film con Saeed Roustaee interpretando personaggi tra loro molto diversi. Abbiamo a lungo parlato con il regista, che è un mio grande amico, prima di girare. Un anno prima stavo a lungo pensando sul mio personaggio di Manouchehr. Quel ruolo è cambiato con le lunghe conversazioni che abbiamo fatto.

D: Il personaggio di Leila riflette una cultura misogina: i fratelli non la prendono in considerazione, mentre lei potrebbe aiutarli nella loro vita. Ci sono motivazioni complesse di questo atteggiamento dei fratelli e del padre nei confronti della donna, e dei fratelli nei confronti del padre. Che valutazioni hai fatto per costruire il tuo personaggio?
Taraneh Alidoosti: Leila ne è perfettamente consapevole. Lei rinfaccia alla madre di prediligere i figli maschi rispetto all’unica figlia femmina, e di odiare ogni donna. Lei è stata privata di ogni opportunità, solo in quanto una ragazza. Si deve organizzare per fare da madre ai suoi fratelli anche se è più giovane di loro. Se fosse stata un fratello la sua vita sarebbe stata completamente diversa. Sarebbe stata un eroe. Mentre da ragazza deve combattere. Ama i suoi fratelli e vuole il loro bene.

D: C’è una forte tendenza neorealista nel cinema iraniano, che ha portato registi come Kiarostami, Makhmalbaf a fare largo impiego di attori non professionisti, presi dalla strada. Cosa significa per voi essere invece attori professionisti all’interno di questa importante tradizione?
Payman Maadi: Posso dire, circa questo stile neorealista nel nostro cinema, che sento profondamente, che io seguo i passi di quegli attori non professionisti. Il mio lavoro, su un personaggio, prevede di raggiungere la realtà, fare ricerche, guardare documentari. Quel tipo di cinema iraniano esiste ancora. Per Kiarostami, che ho conosciuto, il casting ideale voleva dire cercare attori professionisti che agiscano come non attori. Tutto per la realtà, l’autenticità, la genuinità. Se noi riusciamo a fare qualcosa cui tu credi, abbiamo fatto la cosa giusta. Non si tratta solo di Kiarostami. In tutto il mondo l’arte della recitazione è cambiata ed è sempre in divenire. Nessuno oggi recita come Humphrey Bogart. Noi lo adoriamo come tanti idoli classici. Ma oggi il nostro ideale è copiare la gente. Copio te nel modo in cui sei seduto, nel modo in cui mi stai ascoltando. Non copiamo Bogart. Noi dobbiamo trovare la persona giusta e starle appresso. Dobbiamo questo a Kiarostami, ma anche ad Asghar Farhadi, e a questi grandi cineasti. Il loro insegnamento riguarda proprio come fare un ritratto genuino della realtà.

D: Qual è la realtà dell’attore nella società iraniana?
Payman Maadi: Ci sono dei vantaggi che abbiamo in comune con tutti gli attori del mondo. La notorietà, la creatività, il fatto di vivere la vita di qualcun altro, che è un po’ un desiderio comune quello di essere qualcun altro, e noi possiamo farlo nel cinema. E poi ci sono cose negative: non puoi fare tante cose che può fare la gente comune. Tutto ciò vale per tutti gli attori, americani, francesi, iraniani. Per gli attori del nostro paese però ci sono dei problemi che abbiamo solo noi. Ho lavorato anche fuori dall’Iran, negli Stati Uniti, e posso fare un confronto. Dobbiamo essere creativi a modo nostro. Ci sono molte difficoltà specialmente per le donne. Non possono recitare senza l’hijab. Non è certo una cosa di cui vado fiero.
Navid Mohammadzadeh: Ci sono molti problemi, politici, geografici, che potremmo semplicemente affrontare e interpretare. Abbiamo questa grande opportunità di fare cinema e partecipare ai grandi festival internazionali dove mostrare il nostro lavoro. Noi non abbiamo dei budget così alti, nel nostro cinema, che ci permettano ville lussuose come i divi hollywoodiani. Ma noi siamo attori come tutti gli attori del mondo. Qui a Cannes c’è stata grande attenzione mediatica per i blockbuster che sono stati presentati fuori concorso. Noi, che siamo iraniani e siamo nel concorso principale, non abbiamo tale attenzione. Lo stesso vale per altri grandi festival, come Venezia o Berlino. Siamo tra le grandi star ma abbiamo un minore interesse mediatico, come quello, per esempio, del cinema sudcoreano. Ci sono delle barriere anche se l’arte non dovrebbe averne. Con tutto ciò io voglio continuare a fare cinema in Iran, per il nostro pubblico nazionale, all’interno della nostra cultura. Quando siamo a una conferenza stampa, tutti ci chiedono della situazione politica, economica, culturale del nostro paese, ma non ci fanno domande sul film. Oggi ho dovuto rispondere a chi mi chiedeva del bacio alla francese con mia moglie sul red carpet. Perché veniamo da quel paese, con quel regime politico. C’è una guerra culturale. C’è un sistema che ci mette in cattiva luce, ma noi lavoriamo per la gente. Siamo sempre in ansia sul cosa dire, cosa fare, quali parole usare.

Giampiero Raganelli

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