Intervista a Rithy Panh

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Un film di Rithy Panh sulla rivoluzione

Una filmografia quasi interamente costruita sulla memoria del genocidio cambogiano di Pol Pot, da cui lui stesso è scampato da ragazzo, rifugiandosi a Parigi dove ha intrapreso gli studi di cinema. Nelle sue opere, documentari, film di finzione ma anche libri, Rithy Panh torna ad affrontare, secondo diverse angolazioni, quell’immane buco nero della Storia, anche cercando di indagare il punto di vista dei carnefici, per mantenerne vivo il ricordo, perché non cada nell’oblio, contro ogni omissione o negazionismo. Nel suo ultimo film, Exil, affronta il tema più generale della rivoluzione, delle sue fondamenta teoriche, e mette in parallelo quella francese, quella cinese di Mao con quella dei Khmer rossi. E lo fa ancora con una sperimentazione di linguaggi che alternano immagini da video arte con filmati di repertorio. Abbiamo parlato di questa sua nuova opera con Rithy Panh a Cannes, dove Exil è stato presentato in proiezione speciale.

D: In Exil molti dei filmati di repertorio riguardano scene rurali, i lavori nei campi, i contadini intenti a manovrare l’aratro. Di cosa si tratta esattamente?
Rithy Panh: Quelle sono riprese che sono state girate dai Khmer Rossi per la maggior parte, durante il regime per mostrare l’operosità del paese e il successo della rivoluzione. Erano lavori forzati, costruzioni di dighe e canali. Era il nostro lavoro. Ci sono due parti nel film, una riguarda come ti proteggi in un regime totalitario, e l’altro cosa le persone ti chiedono di fare. Avevamo solo le risaie, non potevamo avere scuole non potevamo così avere un futuro. Si doveva solo camminare, lavorare. Era una rivoluzione partita dalla campagna. Tutti dovevano essere della stessa classe sociale, e dovevamo indossare gli stessi vestiti. Queste persone ti chiedevano di fare delle cose. Come ti puoi proteggere da questo regime? Dove puoi trovare il cibo? Quello che ti danno è poco, non è abbastanza. Siamo meno di animali, siamo come cose. Non come esseri umani. Sei nella condizione in cui devi cercare di fare cose per sopravvivere, devi cercare di fare cose senza pensare e immaginare. Devi provare a mangiare e dormire, ma non puoi sopravvivere senza pensare. C’è solo la legge fisica. Ma non può esserci solo la legge fisica, se sei un essere umano hai anche l’immaginazione. Come fai a mandare avanti l’immaginazione? Quando parliamo dell’ideologia, possiamo vedere volare le pietre, ma non possiamo essere come la pietra. L’ideologia vuole che tu sia la pietra. Ma non sei la pietra e non puoi volare. Questo è il film, parla dell’ideologia, di come rimanere vivi. C’erano delle persone in Russia, durante il regime di Stalin, che scrivevano poesie, allora imparano tutto a memoria per quando il regime sarà finito. Sì questa è una cosa molto forte che non puoi distruggere. È una cosa molto specifica dell’essere umano, è quello che puoi chiamare la civilizzazione.

D: Possiamo quindi dire che il ragazzo nella casetta nel film non rappresenta nessuno in particolare quanto una metafora della condizione di vita durante la Kampuchea Democratica? Una vita di sopravvivenza dove si mangiavano anche gli insetti.
Rithy Panh: Esattamente. Sono io e sei tu, e anche tutte le persone.

D: Lo stile di Exil sviluppa quello di The Missing Picture, dove c’erano le statuette e i filmati di repertorio. Qui ci sono sempre i secondi ma accompagnati da una sorta di video arte. Qual è il percorso artistico che stai seguendo? Quale ricerca?
Rithy Panh: È un lungo processo che è iniziato due anni fa. All’inizio volevo solo fare un film su un piccolo oggetto che era sopravvissuto ai Khmer Rossi. Si trattava di un semplice cucchiaio, ma che, essendo passato per il periodo del regime, aveva la sua storia. Come lo usi, qual è il significato del cucchiaio. E volevo mantenere una sola sequenza nel film. Ma poi piano a piano ho lasciato che la forma si sviluppasse, ho seguito le mie sensazioni. È possibile che la parola non sia solo qui per sostenere l’immagine, la parola e l’immagine devono andare insieme. Come due piedi. Per esempio vedi il caffè, e non mi piace un commento del tipo ‘questo è caffè’. Non so bene come spiegare, ma è una cosa che mi è venuta. Non sono uscito dalla casa. All’epoca ero seguito da vicino dal regime, che ti chiudeva come in una scatola. Come rimanere nella scatola e sopravvivere nella scatola. Ho preso anche la luna, devi essere capace di prendere la luna per rimanere vivo nella scatola. È come un viaggio nella tua mente. Devi rimanere attaccato a te stesso, all’immagine della tua famiglia, se puoi tenerla con te puoi sopravvivere. Ogni piccola cosa della tua vita la devi tenere stretta a te per poter poi uscire dalla scatola. È stato lo stesso per le persone che sopravvissero ai campi di concentramento nazisti. Ricordare una musica o pensare a una poesia, è l’unico modo per combattere contro quello che viene chiamato disumanizzazione. Siamo  umani perché siamo capaci di pensare, siamo capaci di poesia. So che a volte il mio lavoro è un po’ difficile rispetto ai film dove ti viene detto come pensare e che emozioni provare. Il mio lavoro ti chiede di andare con lui, non ti dice: “pensa a questo e a quello, cosa è successo in quell’anno e in quel luogo, ecc.”. Ti dice: “vieni con me”.

D: Un altro concetto molto forte nel film è il parlare di rivoluzioni diverse. Parli di Mao, della Rivoluzione francese mettendo tutto in relazione con quello che è successo in Cambogia. Perché hai voluto fare questi paragoni storici?
Rithy Panh: Perché all’inizio tutte le rivoluzioni sembrano molto belle, c’è tanta giustizia, mentre alla fine la rivoluzione diventa un crimine. È come un crimine per uccidere un altro crimine. Molto viene perso per strada. Questo riguarda le persone al potere.  Io sono ancora rivoluzionario nella mia mente. Questo non è un film contro la rivoluzione, ma su come tu possa uccidere tuo figlio o tuo fratello o la tua gente per la rivoluzione. La rivoluzione è questo. Se smetti di pensare a cosa sia buono o cattivo per le persone, è già pericoloso. Lascia che le persone vivano, la rivoluzione non deve pensare come le persone devono vivere ma dare alla persone una destinazione. Pensa a un personaggio come Robespierre, alla fine degenera. All’inizio ci sono le idee, la rivoluzione è lo scopo degli esseri umani. È molto bello, ma poi il concetto si perde.

D: Del resto Pol Pot era un ammiratore della Rivoluzione Francese e prendeva il Terrore come modello, oltre a essere un seguace di Sartre. Non sono situazioni paradossali?
Rithy Panh: Avrebbe conosciuto la Rivoluzione francese se fosse stato là, in quel momento. La Rivoluzione francese, certo, aveva tante belle idee. Ma non credo che Pol Pot abbia letto Saint-Just, o Robespierre e nemmeno Karl Marx. La questione è complicata. Credo invece che Pol Pot abbia letto molto Mao, il Libretto rosso. È stato davvero maoista, questo è il punto. Quando leggo i rivoluzionari francesi come Saint-Just, li trovo molto complicati. Perché dipende dalla tua cultura, da dove vieni. Come per Pol Pot non è il mio stesso contesto sociale. Invece Mao era molto più vicino. Ma anche Mao aveva preso alcune cose da Lenin, che a sua volta aveva preso alcune cose da qualcun altro. All’inizio è come una filosofia, come quella dei lumi. Robespierre parlava di diritti umani, di cittadinanza, era estremamente moderno. Poco alla volta la trasformano in ideologia, da filosofia che era. A quel punto l’ideologia è una cosa molto dogmatica. Non può cambiare. Se le persone non possono andare dove vuole l’ideologia vengono distrutte. La filosofia va bene, puoi andare o non andare, essere d’accordo o no, tutto è come in Rousseau. Rousseau non ti uccide, si tratta solo di pensiero. È il dogmatismo a essere molto pericoloso.

Giampiero Raganelli

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