Intervista a Patricio Guzmán

0

La bellezza e il ricordo

La sua filmografia è indissolubilmente legata all’esperienza traumatica della dittatura di Pinochet in Cile. Patricio Guzmán è stato tra le persone che hanno subito la detenzione nello stadio di Santiago, riuscendo poi ad andarsene ottenendo l’asilo politico in Francia. Tra i suoi primi lavori figura El primer año, con un prologo di Chris Marker, sul primo anno di governo di Salvador Allende. Ha anche filmato i drammatici momenti del bombardamento del palazzo della Moneda. È fondatore e direttore dell’International Documentary Festival of Santiago (FIDOCS) e figura tra gli intervistati del documentario di Nanni Moretti Santiago, Italia.
Abbiamo incontrato Patricio Guzmán nel corso del Festival di Cannes 2019 dove ha presentato fuori concorso La Cordillera de los Sueños, terzo capitolo della trilogia che ha compreso La memoria dell’acqua e Nostalgia della luce.

D: La Cordillera de los Sueños rappresenta l’ultimo capitolo della tua trilogia sulla natura e la memoria del Cile?
Patricio Guzmán: Niente affatto, continuerò a fare nello stesso modo. Mi piace molto fare ricerca su quello che è la memoria degli eventi sotto diversi punti di vista. Ho iniziato a girare film su questo tipo di argomenti proprio dopo la battaglia del Cile, che è stata anche soggetto dei miei primi film. Prima di quell’evento però pensavo di occuparmi di fiction, ho anche studiato proprio per questo. Tuttavia, mi trovavo in Cile e mi sono confrontato con quella realtà e ho detto «Devo fare un documentario», è molto meglio, è più veloce e molto più interessante. Continuerò con lo stesso lavoro, come con questi tre film. L’ultimo era molto simile a questo, ma penso che questi ultimi tre fossero meglio degli altri.

D: C’è una connessione nel film tra natura e uomo, montagne e città. Come hai lavorato al montaggio per raccordare queste due cose?
P.G.: È impossibile scegliere di filmare solo una cosa, perché sono faccia a faccia. Per cui hai le persone ma non puoi fare un film a Santiago senza filmare anche la Cordigliera. Questo perché c’è una relazione, qualcosa che non ti puoi semplicemente inventare. Inizi a riprendere le persone e devi per forzare includere la Cordigliera perché appunto c’è una relazione tra le due parti. Penso che si tratti di una sorta di “depressione” psicologica per i cileni, perché sono effettivamente legati alle montagne che però diventano più un muro per loro.

D: Perché in questi tre film hai abbinato l’ambiente, l’acqua, il deserto, le montagne, con la storia del Cile?
P.G.: È molto dura fare cinema politico in quel modo quando è così diretto. È dura per le persone come spettatori, in quanto pubblico che guarda quel tipo di film. Lo so perché ho fatto film di quel genere in passato. Ed è proprio per questa ragione che ora cerco di includere qualcosa sull’ambiente, perché sento che in questo modo si crea un equilibrio tra l’ambiente stesso e il discorso politico; poi così scopri anche che la geografia fisica di un luogo ha una relazione con un determinato problema della società.

D: Nel film parli della privatizzazione delle miniere. Questo significa che in Cile quell’esperimento di liberalismo sfrenato quindi è sopravvissuto a Pinochet?
P.G.: Non ne ho idea, è una questione delicata e difficile da spiegare e non so cosa potrebbe accadere. Forse un movimento sociale potrebbe opporsi a tutto ciò, ma non è qualcosa del quale posso essere sicuro. È successo in passato. Gli studenti e altre persone si sono sollevati contro questa situazione, ciò è stato positivo ma non è durato più di sei mesi. Questi sono avvenimenti di cinque anni fa, per cui potrebbero accadere di nuovo, non lo sappiamo con certezza.

D: Vivi in Francia. Credi che simili situazioni si stiano verificando in diverse parti del mondo?
P.G.: Il fatto è che non sono un esperto di politica. Sono un regista per cui non posso predire il futuro e dire con sicurezza «Penso che questo succederà». Sono solo un regista che si avvicina alla realtà e che cerca di raccontarla in base a quello che vede. La verità è che credo che la situazione in Francia peggiorerà e che questo movimento di protesta andrà avanti come sta facendo adesso, ma non sarà allo stesso modo in Cile. Penso infatti che in Cile ci sia una sorta di background che spinge le persone e l’opposizione non è abbastanza forte da opporvisi. Quindi c’è questo contesto che spinge è non so davvero cosa potrà succedere in Cile.

D: Mi puoi parlare di Pablo Salas, il regista che mostri nel film, che ha filmato le repressioni delle manifestazioni di piazza all’epoca della dittatura?
P.G.: Pablo realizza film ogni settimana, è molto costante. Ogni settimana produce qualcosa. Penso che si possa definire come un documentarista “animale” per questo; poteva realizzare quattro o cinque film migliori se solo avesse voluto, un corpo di opere anche piuttosto buone. Ma non credo che questo sia quello che vuole, ha questo grande archivio e vende materiali a corrispondenti vari, come la stampa internazionale; però non è troppo interessato e sembra piuttosto una persona modesta che fa semplicemente quello che fa e che non è un vero e proprio regista che vuole realizzare qualcosa con uno scopo. Onestamente non riesco a comprendere la personalità di Pablo, perché lui vuole solo essere così, vende il suo materiale e io non ho idea del perché lui sia così anche se è quello che è. Porta avanti la memoria di quanto è successo sotto la dittatura. Realizza workshop con vari studenti ed è geniale perché mette insieme i pezzi e parla con gli studenti, si percepisce non solo quanto è un grande insegnante per i giovani ma va anche oltre. Fa molto più che due o tre cortometraggi. Penso che il lavoro di Pablo si possa interpretare come quello di un reporter, gli piace registrare i fatti e questo è più che una mera registrazione, passa queste testimonianze tramite i suoi archivi.

D: Hai sempre parlato delle peculiarità del tuo paese, non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche geografico. Quali sono queste peculiarità?
P.G.: Ci sono moltissime cose. Potrei andare avanti parlando di geografia e della relazione che questa ha con le persone. Ci sono circa 4000/5000 chilometri di costa e molte cose avvengono in quelle zone, c’è diverso materiale. Non è un paese molto vasto, è una lunga striscia. La costa è molto ricca, ci sono svariate persone dal sud ma anche dal nord ed entrambe hanno una concezione differente dell’oceano. Sono particolarità molto interessanti da esplorare. Inoltre, c’è anche tutta la questione industriale, l’isolamento che il Cile vive per questo dal punto di vista marittimo. In Cile è possibile trovare anche vari vulcani e questi sono anche la causa dei terremoti. È interessante perché la popolazione vive nel costante terrore dei terremoti, per ogni volta che la terra trema. Come possono le persone vivere con questa paura è anche un soggetto formidabile per un film.

Giampiero Raganelli

Leave A Reply

quattro × 5 =