Intervista a Matteo Born

0

Da ”Messaggi dalla fine del mondo” all’Africa

L’impressione è che lo scorrere del tempo ci appaia inesorabilmente falsato, da quando pandemia, “lockdown” e cinema chiusi in virtù di discutibili decreti sono entrati pesantemente a far parte della nostra esistenza. Per cui quasi un anno è passato da quando il Festival del Cinema Svizzero Contemporaneo ci fece conoscere, in streaming, il bellissimo documentario di Matteo Born, Messaggi dalla fine del mondo. E il sostanziale giro di boa appare ancora più beffardo, se si considera che dall’8 marzo scorso la Cineteca di Milano ha comunque ospitato un’altra rassegna di cinema svizzero, dedicata in questo caso alle donne, #DonneFrauenDunnasFemmes Cinema
Quale compendio dei due distinti eventi, consapevoli peraltro del tanto tempo trascorso, ci siamo ricordati di un’appassionante intervista realizzata proprio con Matteo Born, subito dopo aver visto Messaggi dalla fine del mondo. Trattandosi dell’Artico, verrebbe da dire che era rimasta “congelata”… ma è il caso di non tergiversare oltre e di tirarla finalmente fuori dal cassetto, visto che la chiacchierata con il giovane regista svizzero era stata invero assai stimolante.

D: Sebbene chi abbia avuto la fortuna di vedere Messaggi dalla fine del mondo possa esserne già al corrente, essendo in parte spiegato all’inizio del documentario, ci potresti raccontare qual è stata la genesi del tuo lavoro? Ovvero, come ha preso forma un progetto del genere? E in che misura può aver contribuito una tua precedente curiosità nei confronti dell’ambiente, delle questioni ecologiche?
Matteo Born: Quando alludete all’inizio del progetto, intendete quello della barca San Gottardo o proprio il documentario?

D: Beh, anche la storia di chi ha abbandonato una vita più confortevole per avventurarsi in mare così ha un suo fascino, per cui ci piacerebbe che trattassi entrambi gli aspetti, chiarendo magari qual ‘è stato il punto d’incontro delle diverse iniziative.
Matteo Born: C’è da dire innanzitutto che la protagonista ticinese, Tessa, è figlia di un cameraman della TV e di un’autrice televisiva, a dire il vero. Sua mamma, questa creatrice di script televisivi, è andata a parlare al mio produttore (Michael Beltrami, N.d.R.), dicendogli che si stava sviluppando un progetto nazionale, legato a un concorso nazionale per trovare cinque giovani e mandarli su in Artico. Gli ha poi detto che questa avventura sarebbe durata tre settimane e che magari gli avrebbe offerto la possibilità di realizzare un documentario lassù. Avendo già fatto un documentario in alto mare, sui pescatori inglesi, il mio produttore ha subito chiamato per chiedermi se potevo essere interessato a un progetto simile; ed io ovviamente, da giovane regista, ho pensato fosse una cosa incredibile poter andare in Artico, per girare un film. Quindi ho subito accettato!
Non è stato comunque facile, perché non potevo andare con un fonico: sulla barca c’era solo un posto e in effetti lì sopra eravamo stretti stretti. Dunque, ho passato un weekend in montagna con tutti i protagonisti, visto che loro avevano in programma di incontrarsi lì per fare un po’ di “team building” prima di partire; e proprio in quella occasione ho dovuto adoperarmi, in un certo senso, per convincere il Capitano della nave e sua moglie ad accertarmi.

D: Già, perché come accennavi tu non era una di quelle imbarcazioni norvegesi spaziose, attrezzate, con cui alcuni di noi hanno attaversato, da turisti, il Mar Glaciale Artico…
Matteo Born: No, no, assolutamente! Il resto poi esce fuori nel documentario, ad ogni modo il Capitano era un ex cameraman della televisione svizzera, ci siamo trovati bene anche perché lui ha capito che ero una persona appassionata, ma tranquilla, abituata a filmare in modo molto discreto. Se volete, poi, possiamo entrare più nel dettaglio della messa in scena…

D: Certo! Tu ad esempio parlavi prima di un film realizzato a bordo dei pescherecci inglesi, se abbiamo capito bene, ad ogni modo sembrerebbe confermare una fascinazione per certe condizioni ambientali un po’ estreme. Anche la scoperta della natura artica può essere inquadrata in questo percorso, laddove allo scopo sociale del viaggio si affianca il fascino così particolare dei luoghi?
Matteo Born: Sì, assolutamente, lì ci sono questi paesaggi bianchi e neri, sai, qualcosa che per me a livello proprio grafico era bellissimo: vedevi tutte queste righe bianche, nere, un po’ di grigio magari qua e là, ma poi appariva nel bel mezzo di tutto quel puntino rosso, che era la barca, naturalmente…
A livello di paesaggi mi sono proprio appassionato, non trovo altre parole.

D: Quindi non eri mai stato prima in quei posti?
Matteo Born: No, mai, era la primissima volta.

D: Cosa ti ha colpito di più di questa esperienza?
Matteo Born: Beh, il paesaggio è un qualcosa che semmai mi sarebbe piaciuto far uscire di più, nel documentario, ma non è stato un elemento così discusso durante la realizzazione, per cui ho cercato più che altro di farlo intuire. Per il resto, la cosa che mi è piaciuta di più è il fatto che c’erano due generazioni che lavoravano assieme. In pratica, c’era una generazione tra virgolette “vecchia”, con i soldi; e poi un’altra generazione iper-giovane, senza soldi, ma con tanta volontà di fare qualcosa. E secondo me questa è stata la cosa più bella, l’alleanza tra due generazioni, il fatto di aiutarsi a vicenda per arrivare poi a difendere qualcosa di interesse comune.

D: Anche secondo noi è bello che a uscire fuori sia questo confronto generazionale: la maggior maturità politica di coloro che, magari più attempati, hanno vissuto stagioni in cui le lotte sociali erano all’ordine del giorno, contrapposta allo spirito dei ragazzi, così diversi tra loro e non abituati ad affrontare percorsi in comune, nel loro sostanziale isolamento. Condividi però l’impressione che siano usciti anche loro arricchiti da questo viaggio, continuando pure, in qualche caso, a mostrare interesse per certe tematiche?
Matteo Born: Sono d’accordissimo con questa lettura. Terminata tale esperienza, poi, i ragazzi hanno partecipato a un sacco di dibattiti e ancora adesso lo fanno. Nelle università, nelle scuole, eccetera… e ce n’è una, addirittura, che è rimasta su per un anno, a studiare l’ecologia all’Università di Ny-Ålesund (centro abitato situato Isole Svalbard e popolato per lo più ricercatori scientifici, N.d.R.).C’è anche una didascalia alla fine del film, riguardo a questa ragazza.
E dopo c’è la Tessa, Tessa Viglezio, protagonista ticinese che è da poco ripartita per studiare anche lei lassù. Vi ricordate quel professore che studiava le oche? Dunque, lei è rimasta molto legata a una ragazza che nel documentario faceva una breve apparizione, in quanto assistente del professore, senza peraltro parlare con gli altri. Questa ragazza ha invitato Tessa a raggiungerli di nuovo su per studiare con loro le oche, proposta che è stata poi accettata qualche mese fa. Al limite vi potrei anche mettere in contatto con lei, se volete (sorridendo bonariamente, N.d.R).

D: Oltre a ringraziarti per questa eventualità, che non sarebbe affatto male, vorremmo ora chiederti: del viaggio che avete fatto insieme, qual è invece il momento che ti piaciuto di più?
Matteo Born: Ce ne sono stati sicuramente tanti. Io ho trovato fantastico, ma questo proprio per una questione di regia, quando ci siamo ritrovati nel punto più a nord del viaggio, in un’insenatura che si chiama Magdalenefjord, luogo meraviglioso col fronte immenso del ghiacciaio proprio davanti e anche “selvaggio”, per certi versi: sporadicamente ancora succede da quelle parti che avvengano attacchi di orsi polari, qualche mese prima del nostro arrivo una guida era stata attaccata e ferita seriamente, restando poi tantissimo tempo in ospedale. Questo è anche il motivo per cui ai ragazzi della spedizione era stato preventivamente spiegato, lo si vede anche nel film, come reagire in caso di pericolo. In Svizzera, prima di partire, abbiamo dovuto imparare tutti a sparare. E arrivati lì, per ragioni di sicurezza, dovevamo avere il fucile con noi, sempre.
Tornando alla bellezza di Magdalenefjord, c’è proprio quel muro di ghiaccio davanti, e quando vai su col drone ti rendi proprio conto che quel ghiacciaio è enorme, vedi qualcosa di gigantesco. Quando però ti dicono di quanto si è ritirato, allora la cosa comincia a farti veramente impressione.

D: Ecco, ci sembra che nel film si affrontino discorsi simili anche a Pyramiden, ma quali sono stati durante il viaggio gli altri punti in cui lo scioglimento dei ghiacci artici vi è apparso così drammaticamente?
Matteo Born: Allora, aspettate un attimo, secondo me proprio il ghiacciaio vicino a Ny-Ålesund. Non ricordo ora bene il nome, ma vicino a quel centro abitato. E li si è ritirato in pochi anni di quasi 2 kilometri, cioè, è stata una cosa davvero tremenda.

D: Stando al documentario, gli stessi ragazzi sono rimasti scioccati di fronte a tale scoperta, vero?
Matteo Born: Assolutamente! Un viaggio del genere li ha proprio cambiati…

D: E sempre a proposito dei ragazzi, provenienti da parti diverse della Svizzera, oltre a maturare una maggior coscienza ambientale, come si sono relazionati tra loro? Si è venuta a creare una certa coesione?
Matteo Born: Di base abbiamo sempre parlato tutti in inglese, tra di noi. Quasi sempre, diciamo. E questo in un certo senso ha aiutato. Però vi devo confessare una cosa, da regista! Noi registi, non è un segreto, cerchiamo spesso i problemi, perché senza problemi non c’è storia (ridendo, N.d.R.).
Abbiamo bisogno di conflitti, di una linea drammaturgica. Ed io francamente mi aspettavo proprio di poter filmare qualche conflitto tra questi giovani; credevo che avrebbero discusso sulle loro idee, su come trasmettere questi messaggi, su come impostare un selfie, di cosa parlare, che cosa far vedere. Invece, sai, sono state tre settimane veramente rilassanti, c’era una bella atmosfera su quella barca, sempre!

D: Curioso si sia creata un’armonia simile, specie passando così tanto tempo in un ambiente così ristretto, non trovi?
Matteo Born: Vi giuro che una cosa così non me la sarei mai aspettata, mai!

D: inaspettato magari lo è anche per noi, reduci da un festival di cinema svizzero in cui, oltre al tuo documentario, erano presenti molti film nei quali a emergere sono state le differenze linguistiche, di classe, di retaggi tradizionali… insomma, un’immagine della Svizzera senz’altro meno compatta, rispetto a quella che i ragazzi di Messaggi dalla fine del mondo hanno saputo offrire.
Matteo Born: Esatto! A parte una, tutti questi ragazzi studiano un po’ le stesse cose, ovvero cose legate all’ambiente, all’ecologia. Di base giovani fatti per poter vivere insieme, condividendo gli stessi ideali. E quindi anche la selezione iniziale è stata fatta molto intelligentemente.

D: Visto che su Messaggi dalla fine del mondo abbiamo già detto tanto, vorresti parlarci ora di quell’altro documentario, realizzato più di recente, che sappiamo starti particolarmente a cuore?
Matteo Born: Ah, quello cui alludete è forse il primo film di cui vado proprio fiero. E mi farebbe piacere condividere con voi tale esperienza!
Dunque, è un lavoro completamente diverso, nel senso che nell’artico purtroppo non ho potuto catturare un sacco di situazioni “live”. E come avete detto anche voi nella recensione di Messaggi dalla fine del mondo, ne è uscito fuori qualcosa di molto classico nella forma, ovvero uno di quei documentari la cui partitura è data da intervista, immagine, immagine di copertura, ancora intervista, con musica e droni in azione, più o meno.
Invece nell’ultimo lavoro che ho fatto l’approccio è stato completamente diverso, si tratta cioè di un documentario quasi strettamente d’osservazione, con pochissima musica, che racconta appunto la storia di un bambino, che si chiama. Lui è di origine togolese e adesso ha nove anni, è stato adottato sette anni fa in Ticino. Ultimamente aveva chiesto ai suoi genitori di andare a incontrare ciò che resta della sua famiglia in Togo. Beh, io ho passato non so quanto tempo con loro, senza filmare. Addirittura adesso siamo diventati amici, non sono solo i protagonisti, ma veramente amici. Ed era proprio bello perché ho potuto catturare questi momenti: una prima volta sono andato giù in Togo per una settimana con la mamma, abbiamo viaggiato nella foresta, perché la famiglia africana di Paul vive proprio in un’area coperta da foreste. Siamo andati lì a chiedere al capovillaggio il permesso di portare il bambino in ottobre. La risposta è stata che andava bene, che potevamo portarlo, così qualche mese dopo siamo tornati con lui. E lui aveva proprio questo sogno di passare qualche giorno nel suo villaggio e di incontrare il fratello. Quando vedrete questo documentario, vi accorgerete che non tutto è andato secondo le previsioni, non tutto è finito bene. Però alla fine resta un film iper-positivo. Insomma, dopo averlo visto tutti piangono (ammiccando con un sorriso, N.d.R.).

D: Quindi un film diverso, per quanto riguarda il tuo approccio, anche perché nell’Artico si trattava di catturare l’eccezionale nei pochi giorni del viaggio, mentre qui tu parli di “documentario d’osservazione”, perciò un documentario dove la cosa importante è stata pure prendersi tempo, entrare in confidenza coi personaggi così da farli sentire naturali e non fargli quasi più avvertire la presenza di chi li sta osservando. In questo senso ciò ha richiesto anche un diverso lavoro preparatorio, giusto?
Matteo Born: Sì, un approccio completamente diverso. Sapete, anche per lee riprese è stato così: di base ho fatto pochissime interviste, pensando che se non tutte le cose fossero risultate chiarissime, andava bene lo stesso; il pubblico non avrà tutte le chiavi per capire esattamente il passato di questo bambino, mentre ad entrarci saranno giusto le cose principali, necessarie a seguire la storia. Un approccio molto meno “scolastico”, ecco.

D: Forse anche un approccio immersivo, quasi da fiction, senza fornire cioè tutte le coordinate, ma lasciando che venga captato ciò che è utile per procedere nel racconto?
Matteo Born: Proprio così, quando lo vedrete ve ne renderete conto…

D: Facendo invece un piccolo passo indietro, se in questo nuovo lavoro anche le musiche sono state messe un po’ da parte in favore di altri elementi e di un diverso approccio, in Messaggi dalla fine del mondo avevano invece una loro importanza, un forte potere di suggestione. Come hai trovato tali sonorità? E per restare sugli aspetti tecnici che distinguono un po’ i due lavori, come ti sei rapportato in Artico all’utilizzo del drone e di altri strumenti di ripresa tesi a enfatizzare il paesaggio?
Matteo Born: Proprio a livello di musica, la ricerca ha rappresentato un momento assai rilevante. Vi faccio subito un esempio: per il film del piccolo Paul di cui vi parlavo prima, ho fatto comporre la musica a un compositore inglese. Invece per il documentario girato nell’Artico è stato trovato tutto su delle piattaforme, su delle “library” che abbiamo in televisione. Di base sono musiche che non hanno legami con una certa nazionalità, con un’etnia. A parte magari la prima, che so avervi colpito molto, una musica norvegese: racconta per l’appunto, attraverso un testo molto poetico, il rapporto con la Natura. Non so dire se sia di origine Sami, per esempio, ma posso confermarvi che l’interprete di quel brano è una cantante norvegese.
Venendo al drone, voglio impostare anche qui il discorso per contrasto: anche nell’ultimo film, quando ho girato in Togo, ho preso il drone. Ed avendo il drone ho potuto filmare il villaggio, perché volevo far vedere come sia perso, quasi inghiottito dalla foresta. Però in montaggio ho fatto una scelta ben precisa, quella di non usare le riprese col drone, perché mi sono reso conto che il drone è un’arma a doppio taglio. Uno strumento, sì, bellissimo, ma che ti tira fuori un po’ dalla storia. E quindi nel caso di un film così, iper-intimista, dove tu segui una mamma e il suo bambino, le emozioni, l’umanità dei personaggi, secondo me il drone non c’andava proprio.

D: Insomma, avrebbe rischiato di spezzare un po’ troppo il clima creatosi tra i protagonisti…
Matteo Born: Esatto, proprio questo. Al contrario nell’Artico era proprio giusto, secondo me, usarlo, perché così facendo potevo far vedere il contrasto tra l’immensità di questa Natura, di questi ghiacciai, e la presenza di quella piccola barchetta, persa nel bel mezzo del nulla. L’idea di ridimensionare un po’ il ruolo dell’uomo che siamo abituati a veder fare scelte che incidono sulla Natura, a trasformala senza porsi troppi problemi, era senz’altro presente. Col produttore ci siamo pertanto detti: lì dobbiamo usare il drone.

D: Facendo un sunto di quanto ci siamo detti finora, sembrerebbe che la tua carriera registica abbia sempre avuto a che fare coi documentari. Ma hai in mente di girare anche qualcosa a livello di fiction, in futuro?
Matteo Born: No, guardate, trovo innanzitutto che i due esempi su cui ci siamo soffermati corrispondano comunque a film in cui abbiamo viaggiato, siamo andati all’estero, con un po’ d’avventura di mezzo. Però io resto dell’idea che ci siano storie bellissime come queste che si possono trovare e raccontare un po’ ovunque. Durante i miei studi, ovviamente, ho fatto qualche cortometraggio di finzione, ma lo sforzo per arrivare a qualcosa che, di sicuro, non arriverà mai così vicino alla realtà, per me è esagerato. Invece attraverso il documentario puoi raccontare delle storie fortissime, alla fine veramente con poco, a livello di mezzi. Io mi trovo bene a lavorare anche da solo.

D: In più ci pare di capire che tu non abbia “dogmi”, nell’affrontare un documentario, bensì paradigmi piuttosto flessibili suggeriti anche dalle circostanze, dal documentario naturalistico piuttosto tradizionale a quello d’osservazione…
Matteo Born: È vero. Anche se, ve lo confesso subito, la forma sperimentata nell’ultimo lavoro è quella cui mi vorrei avvicinare ancora, approfondendola il più possibile: senza intervista, con poca musica, ritmi quanto più naturali e momenti di pausa, persino vuoti. Un approccio dichiaratamente osservativo, diciamo. Però immagino di saper adattarmi, cerco di fare anche quello!

D: Riguardo poi all’adattarsi, qual è la situazione produttiva per chi fa documentari in Svizzera?
Matteo Born: Dite anche a livello finanziario? Di base c’è da dire che quasi tutti i miei lavoro sono prodotti dalla RSI, Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, per cui io ad esempio non ho nessun diritto su questi film, ce li ha la televisione. i finanziamenti arrivano da lì. Però mi è già capitato di fare un altro documentario, che in pratica è stato finanziato 50% dalla televisione e 50% da una società di produzione esterna. Questo ti permette di lavorare sui progetti per molto più tempo: invece di lavorare per tre o quattro mesi ne spensi sei, sette, otto, magari un anno o due.
Tornando ai lavori finanziati interamente dalla televisione, qualcuno potrebbe immaginare chissà quanti altri paletti, ma io ho la fortuna di lavorare per una trasmissione, “Storie”, che secondo me è una cosa proprio unica in Svizzera. In pratica “Storie” ha due regole: la prima è ricercare storie umane, la seconda è rispettare una durata tra 50 e 54 minuti.
Ed è una cosa fantastica, perché, se è giustificato, io potrei persino fare una ripresa unica di 54 minuti su un cavalletto. Difficilmente funzionerebbe. Se però tu trovi una giustificazione, sì, il produttore lo accetterebbe. È proprio una trasmissione bellissima, perché ti lascia libertà creativa totale. Certo, può capitare che dopo il produttore venga a visionare il film, ti faccia cambiare delle cose, ma questa in realtà è per il film una cosa-iperpositiva, perché a volte è utilissimo potersi confrontare con un parere anche molto duro, tipo l’editor che interviene sul lavoro nella scrittura. In più grazie a questa trasmissione ho trovato anche il mio montatore, Andrea Levorato, un italiano che lavora in Svizzera, davvero molto bravo. Con lui ho fatto i miei ultimi due lavori, quello dell’Artico e l’altro in Togo.

Da parte nostra, ancora grazie per la piacevole conversazione e in bocca al lupo per la circolazione dei tuoi splendidi lavori, Matteo, specie in questo periodo reso complicato dalla pandemia!

Michela Aloisi e Stefano Coccia

Leave A Reply

undici − 3 =