Intervista a Francesco Zippel

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Il cinema? Il mio rifugio. Friedkin un mito, Wes Anderson il mio mentore…

Cineclandestino ha avuto la possibilità di sostenere una brillante chiacchierata con Francesco Zippel, regista dell’acclamato documentario Friedkin Uncut che racconta le gesta di uno dei registi più rivoluzionari del cinema. Il documentario è stato inserito tra i cinque finalisti per il premio David di Donatello (andato poi a Santiago, Italia di Nanni Moretti). Nella cornice dell’Auditorium – spoglio senza gli addobbi presenti nel periodo della Festa del cinema – Zippel si è aperto a noi.

Domanda: Come ti sei avvicinato al mondo del cinema?
Francesco Zippel: Io, diversi anni fa, ho fatto un’esperienza che mi ha molto formato. Ho lavorato per sei anni all’Enciclopedia Treccani nella sezione del cinema. L’ho vista nascere su iniziativa di Enzo Siciliano, che ne era direttore, e si è messo accanto un team di collaboratori straordinari. C’era Bernardo Bertolucci, c’era Abbas Kiarostami, c’era Gianluca Marinelli; grandi studiosi. Quell’esperienza mi ha permesso di studiare il cinema in alcune aree specifiche facendo un lavoro di ricerca storica che si integrava bene con l’idea che già avevo di lavorare sui documentari. Il mio primo contatto con il cinema è avvenuto mentre lavoravo ad un documentario su Pierpaolo Pasolini. La Rai doveva fare un documentario su di lui che ricordasse il trentennale dalla sua morte e mi chiamarono come consulente del regista per la parte di ricerche storiche e biografiche. Lo stesso regista in seguito ha avuto dei problemi chiedendomi di ultimare il lavoro, che poi abbiamo firmato assieme. Quindi mi sono ritrovato catapultato in maniera del tutto casuale e da lì ho iniziato. Ho finito questo lavoro su Pasolini e poi ho proseguito la mia strada.

D: Che cos’è il cinema per te?
F.Z.: Per me il cinema è il mio rifugio. E’ un luogo accogliente in cui sono sempre andato con piacere da quando ero bambino, l’approccio è sempre rimasto quello di allora. Mi lascio sorprendere dalle storie che vedo, dalla sensibilità di chi le immagina e poi le assembla. Mi affascino alle culture che non conosco alle quali mi avvicino attraverso il cinema. I miei registi preferiti sono stati dei compagni di viaggio in questi anni di vita e sono stati dei perfetti insegnanti di vita, di storia, facendomi anche divertire tanto.

D: Tu hai sostenuto un periodo di collaborazione con il quotidiano americano The New Yorker, mi racconteresti qualche aneddoto?
F.Z.: Quell’esperienza fu unica per me in cui il giornalismo si abbinava a quella che era la mia professionalità di documentarista che continuavo a sviluppare a quel tempo. Mi chiamò lo scrittore americano Jonathan Franzel per chiedermi se volessi aiutarlo con questo reportage che voleva fare sull’autostrada migratoria degli uccelli del Mediterraneo, essendo lui un appassionato di bird watching, che era stata messa in serio pericolo dai bracconieri. La via migratoria partiva da Malta, passava per Cipro e poi raggiungeva il nord Italia ormai era diventata pericolosa per gli uccelli che la percorrevano. Alcune specie erano state messe a rischio e Franzel voleva che la gente lo sapesse. Quindi, mettendo insieme le persone giuste e le location, abbiamo fatto questo splendido viaggio di venti giorni in macchina. E’ stato un periodo splendido passato accanto ad un uomo straordinario, intelligente, profondo, ironico. Al di là dell’esperienza con il giornale, è stato un periodo che mi ha permesso di conoscere e legare con uno scrittore incredibile e contemporaneo come Franzel.

D: E sempre parlando del tuo passato, ho letto che sei stato addirittura assistente alla regia di Wes Anderson. Com’è stato lavorare al suo fianco? Vi sentite ancora?
F.Z.: Lavorare con Wes è stato straordinario perché ritengo sia una delle persone che possano insegnarti di più in questo ambito. Lui è un innamorato del cinema, un artigiano e un artista meticolosissimo che non lascia al caso nessun elemento della produzione dei suoi film. Lavorare con lui al dipartimento di regia (per Grand Budapest Hotel, ndr) è stata una scuola di cinema per me che cinque anni di studio in grandi atenei, come la NY University, non andrebbero mai minimamente a pareggiare; perché lavorando con lui alla seconda unità di regia, bisognava fare qualsiasi cosa: trovare i volti giusti per le comparse, controllare ogni elemento della scenografia, girare le scene di contorno. E’ stata un’esperienza fondamentale e pensa che molto spesso veniva lui direttamente sul set e ogni volta ci dava qualche suggerimento. Il suo gruppo di lavoro era ristrettissimo – lui non vuole avere intorno troppe persone – ed era composto da professionisti strepitosi. Uno su tutti era Milena Canonero, la famosa costumista, che è una delle artisti più incredibili che abbia mai conosciuto. Wes e io ci sentiamo ancora. Per me è un amico; è di grande supporto. Quando faccio qualcosa gliela mostro e lui mi dice quello che pensa in modo molto sincero. Non è un tipo che ti dice le cose tanto per ma ti spinge a migliorarti. E’ veramente un caro amico per me. Proprio ultimamente ha finito di girare il suo ultimo film in Francia e non vedo l’ora di vederlo.

D: Secondo te il cinema italiano a che livello è attualmente?
F.Z.: E’ ad un livello molto interessante. Penso che ci siano degli autori giovani molto interessanti. Il concetto di giovani in Italia è sempre un po’ relativo, io a quarant’anni sono giovane; negli Usa ci sono registi più giovani di me che dirigono veri e propri kolossal (Damien Chazelle). Però partendo da quelli della generazione a cui appartengono Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Luca Guadagnino – che sono delle personalità cinematografiche ormai internazionali e riconosciute – ci sono registi più giovani molto interessanti. Penso ai Fratelli D’Innocenzo, a Valerio Mieli, a Matteo Rovere che secondo me ha fatto un grande salto nella regia con Il Primo Re, oltre ad essere un grande produttore, e poi Claudio Giovannesi, Alice Rohrwacher e sicuramente me ne dimentico qualcuno. Penso che sia dal punto di vista della regia e sia dal punto di vista della recitazione, ci siano molte personalità interessanti che potrebbero sfondare e andare all’estero con enorme facilità. Credo che il momento attuale del cinema italiano sia un momento molto ricco. Noi abbiamo il grande problema che il cinema dell’oggi, cioè del periodo attuale, viene sempre rapportato e paragonato con quello di Fellini, Visconti, Germi, Antonioni, De Sica; quelli erano dei giganti e sono i padri del nostro cinema. Però secondo me è giusto anche capire che i temi sono cambiati, i riferimenti culturali sono cambiati e quello che riusciamo a produrre oggi in ambito di talenti è qualcosa che va notato senza dubbio.

D: C’è un film che definiresti il tuo preferito in assoluto e che rivedresti all’infinito? O anche più di uno.
F.Z: Per me è sempre difficile sceglierne uno in particolare. Ti dirò, sui film non riesco proprio a sceglierne uno in particolare ma ti dico anche che Quarto Potere è un film che, tra il pensiero del regista, l’età in cui lo ha fatto, il periodo storico in cui è stato fatto e il livello di innovazione che ha portato, è un film che mi ha veramente strabiliato. Trovo qualsiasi cosa abbia fatto Charlie Chaplin estremamente contemporanea e importante. C’è un altro film però che mi colpisce molto a livello personale e mi ha stupito tanto che è Sogni di Akira Kurosawa, un film forse minore nella filmografia di un gigante, ma la sequenza d’uscita dell’esercito dalla galleria, che è la metafora della morte di questa armata, per me è una delle sequenze più maestose e incredibili che abbia mai visto nella mia vita. Quindi direi che il film di Kurosawa può rientrare nell’ambito della domanda.

D: Quali sono il tuo attore, attrice e regista preferiti?
F.Z.: Beh, come ti ho detto prima sicuramente Charlie Chaplin. Ma un altro attore per cui stravedo moltissimo è Gene Hackman. Invece un regista che trovo geniale è Akira Kurosawa. Come attrice penso che la duttilità e la semplicità di Meryl Streep sia inarrivabile.

D: Cosa diresti ad un giovane che sogna di entrare in questo tipo di ambiente viste le grandi difficoltà?
F.Z.: Io direi che la passione e la curiosità pagano sempre. Quindi la ricetta è passione, curiosità ma anche determinazione, sono la chiave per potere fare delle cose belle e trovare la felicità.

D: Cambiamo argomento e parliamo di William Friedkin, lui chi è per te?
F.Z.: Per me “Billy” è uno dei maestri del cinema contemporaneo da una parte ed è un maestro nell’attutire la vita dall’altra. Io trovo lui sia un’artista straordinario – anche se non gli piace essere chiamato così – che riesce a fare il proprio lavoro in maniera egregia senza prendersi troppo sul serio con un senso di semplicità e di spontaneità notevole, risultando molto contagioso. Poi parlando del merito nel cinema lui è stato un forte innovatore che ha le sue radici proprio nel documentario. Quindi il suo sguardo netto e diretto sulla realtà del mondo gli ha permesso di diventare un grande innovatore nella storia di questa industria. Lui ha variato molto i suoi film; infatti va dal musical al documentario appunto, dall’horror al poliziesco, dal thriller alla black comedy.

D: Come mai di tantissimi personaggi la scelta è ricaduta su di lui per il tuo documentario?
F.Z.: Ma guarda, lui è una persona di cui ho un buon ricordo già dai tempi in cui ero ragazzo. Quando frequentavo le superiori, in camera mia avevo appeso il poster del film Il braccio violento della legge, essendo anche grande fan di Gene Hackman. A proposito di Gene, spendo due parole perché lo ritengo speciale come attore. Ci sono tanti attori, sia di oggi che del passato, che emettono un fascino molto contagioso. Hackman per me era l’emblema dell’uomo comune messo al servizio del cinema capace di immedesimarsi in qualunque ruolo. La scelta di incentrare il documentario su “Billy” è stata personale e dettata da un’esperienza. Di lui ho sempre voluto tentare di scoprire qualcosa sulla sua storia. Ed è capitato che alcuni anni fa mi sono trovato a lavorare con lui come produttore di uno dei suoi ultimi documentari. Questo suo ultimo lavoro The Devil and Father Amorth, disponibile su Netflix, è stato in gran parte girato in Italia. Questo ci ha permesso di incontrarci e di conoscerci. Siamo andati con lui a Los Angeles per montare il film e un giorno durante uno dei tanti pranzi tra noi, lui ci raccontava tante storie che lo riguardavano: storie di lavoro, storie sulla sua vita, storie sul cinema e tante altre. Al sesto giorno gli dissi chiaramente “Nessuno ha mai fatto un documentario su di te, mi piacerebbe farlo se te la senti”. Lui mi ha risposto subito di sì ma, da grande professionista quale è, prima voleva che concludessimo il film sul quale stavamo lavorando. E così è nata la cosa…

D: All’interno del documentario tu intervisti personaggi immensi del cinema mondiale: Quentin Tarantino, Damien Chazelle, William Petersen, lo stesso Wes Anderson; come hai contattato questi personaggi e come ti sei relazionato con tutti loro?
F.Z.: Per alcuni il tramite per incontrarli è stato proprio Friedkin stesso, per altri mi sono messo in contatto con agenti o pubblicitari spiegandogli il progetto e poi mi hanno dato il loro consenso. La cosa straordinaria che non mi aspettavo era l’entusiasmo con cui tutti parlavano di Friedkin. E tutti quanti facevano a botte per esserci, metaforicamente parlando. Per esempio: Matthew McCounaghey è un attore molto richiesto ultimamente a Hollywood. Finisce di fare un film e subito parte con un altro, è uno stakanovista. E lui mi ha mandato 5-6 e-mail in cui mi pregava di aspettare di finire il documentario perché avrebbe tanto voluto partecipare anche lui con le sue parole. Questo perché era consapevole che Killer Joe (2011 – ultimo film di Friedkin) è stato un film che gli ha svoltato la carriera e cambiato la vita. Questa attitudine unita al senso di partecipazione spontanea di tutti, ha reso tutto fantastico, sono stati estremamente divertenti e informali. Erano tutti felici di parlare con me di lui e sono stati tutti incontri meravigliosi. Durante l’intervista con Coppola, in alcuni momenti mi venivano gli occhi lucidi perché non ci volevo credere che ero davanti ad un maestro di tale portata.

D: Questa domanda la pone il mio direttore: com’è stato relazionarsi con William Friedkin in particolare?
F.Z.: Lui è un uomo della massima apertura e della massima disponibilità. Non si è voluto minimamente intromettere nel progetto, non ha voluto sapere niente. E anzi non voleva neanche vederlo all’inizio il film. Il rapporto tra noi è stato piuttosto distante, visto che io ero qui e lui in America. Quando ho finito il film, l’ho contattato dicendogli che ero intenzionato a mandarlo ad Alberto Barbera (direttore del Festival del Cinema di Venezia), ma volevo che lo vedesse prima lui. Così in caso non gli fosse piaciuto non lo avrei mandato al Festival. Lui ha acconsentito e gliel’ho mostrato. Il film dura 107 minuti e dopo 108 minuti mi ha telefonato dicendomi che era assolutamente entusiasta. Abbiamo parlato di alcuni aspetti del film, lo abbiamo sistemato insieme e poi l’ho mandato alla direzione della Mostra di Venezia. C’è stato un rapporto di totale stima e rispetto reciproco. Anche con la moglie e con i figli si è creato un rapporto di stima reciproca. Erano tutti entusiasti del documentario.

D: Com’è stato partecipare alla settantacinquesima Mostra del Cinema di Venezia con questo prodotto di tua fattura?
F.Z.: E’ stato molto bello! Prima parlavamo dei grandi miti del cinema, e quando ho visto il programma di Venezia che riguardava la sezione dove c’era il nostro film, ho letto che era presente il film The Great Buster, un documentario su Buster Keaton, diretto da Peter Bogdanovich. E allora dentro di me mi sono detto “Chi mai l’avrebbe detto che avrei partecipato al Festival di Venezia assieme ad un film di un maestro come Bogdanovich?”. E’ stato fantastico, devo molto ad Alberto Barbera e a Giulia D’Agnolo Vallan, che cura i rapporti con gli Stati Uniti. Sono stati straordinari, hanno una grandissima passione cinefila. Loro provengono dalla scuola torinese, hanno lavorato moltissimi anni entrambi al Torino Film Festival, hanno creato il museo del cinema di Torino quindi sono persone che vivono di cinema. Io Friedkin lo avevo visto proprio a Torino la prima volta. Giulia D’Agnolo Vallan curò una retrospettiva su di lui e gli fece portare in Italia per la prima volta l’intervista a Fritz Lang che Friedkin aveva fatto. Lui l’aveva preparata ma non l’aveva mai montata. Così Billy l’ha ultimata e l’ha portata al Torino Film Festival per la prima volta.

D: Se non fosse stato Friedkin, si sarebbe potuto essere protagonista di un tuo documentario?
F.Z.: Eh… forse proprio Gene Hackman. Gene è un personaggio che mi affascina molto anche per la sua assenza dal mondo del cinema. Lui nel 2001 ha fatto il suo ultimo film che era I Tenenbaum diretto da Wes Anderson e poi ha deciso in maniera consapevole e serena di ritirarsi. Ora so che lui vive nello stato del New Mexico, dipinge e scrive racconti. Quindi l’idea di un grande artista che non vuole più avere a che fare con il cinema ma che ha accumulato una stima infinita, mi attirerebbe molto. Parlando con Tom Hanks nel 2016 (ospite alla Festa del Cinema), lui mi ha detto proprio quanto Hackman sia stato una fonte di ispirazione per lui. Certo non era un attore del calibro di Carey Grant o James Stewart; era molto più semplice. Quindi Gene Hackman sarebbe stato un protagonista perfetto per il mio documentario se non fosse stato Billy.

D: Qual è stata la tua reazione quando ti hanno comunicato che il tuo documentario era tra i cinque finalisti per il premio David di Donatello?
F.Z.: La comunicazione è stata totalmente inaspettata e mi è arrivata tramite e-mail. Mi ha sorpreso tantissimo anche perché non è un film dietro al quale ci sono finanziatori potenti. E’ quasi totalmente prodotto solo da me. E quando ci hanno dato la notizia dei David è stato fantastico. Anche perché non è poco essere tra i cinque migliori documentari al fianco di un personaggio del calibro di Nanni Moretti, che poi si può dire che è stato anche il motivo per cui ho perso. Si sapeva che il documentario di Nanni avrebbe vinto, anche perché è molto bello. Però, a differenza di altri, ho apprezzato moltissimo Nanni Moretti perché alla cerimonia dei David ha ringraziato col cuore tutti gli altri candidati lodandone anche il lavoro e questo mi ha fatto enormemente piacere.

D: Sei soddisfatto di come sono andati i David di Donatello appena passati?
F.Z.: Le decisioni sono sempre difficili. C’è un’ampia giuria composta da decine di persone. Devo essere sincero, sarei stato più contento se avessero premiato anche persone come Alice Rohrwacher o i Fratelli D’Innocenzo. Alice per me è una regista straordinaria. Dovendo fare un discorso da spettatore, sarei stato felice se avessero vinto qualche premio i D’Innocenzo visto che erano al loro esordio assoluto. Però è la logica dei premi, quindi ci sta. Anche chi ha vinto comunque ha fatto un lavoro eccezionale, basta pensare ad Alessandro Borghi e a quanto possa essere stato duro portare la triste storia di Stefano Cucchi sullo schermo. Io penso che anche solo mettere in piedi il film sia stato di per sé molto complicato. Poi Dogman è stato il grande ritorno di Matteo Garrone e sono incuriosito dal suo Pinocchio. Mi spiace anche che Euforia di Valeria Golino, che è un altro film molto interessante, non abbia vinto nessun premio. Però tra Valeria e Alice, penso che Lazzaro Felice fosse un film che meritasse molta più fortuna.

D: Quali sono i tuoi progetti futuri?
F.Z: Beh intanto un progetto che è in atto e che sto per concludere è la distribuzione negli Stati Uniti e in Italia di Friedkin Uncut su dvd. A maggio dovremmo essere in grado di diffondere il film e faremo un altro tour insieme per presentare il documentario. Per il resto ho alcune idee in testa che sto cercando di mettere insieme. Vorrei trovare il modo di raccontare una storia di un qualche regista nostrano. Mi piacerebbe fare questo anche perché il mio ultimo lavoro che ho fatto su un personaggio italiano, è stato su Dino De Laurentiis e risale ormai a più di dieci anni fa. Quindi mi piacerebbe rievocare un altro personaggio.

Stefano Berardo

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