Incontro stampa su “L’ultimo Paradiso”

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«La libertà è un ideale a cui l’umanità deve sempre tendere»

«Siamo nel 1958 in un piccolo paese del sud Italia. Ciccio (Riccardo Scamarcio) è un contadino di 40 anni. È sposato con Lucia (Valentina Cervi) e hanno un figlio di 7 anni. Ciccio sogna di cambiare le cose e lotta con i suoi compaesani contro chi da sempre sfrutta i più deboli. È segretamente innamorato di Bianca (Gaia Bermani Amaral), la figlia di Cumpà Schettino (Antonio Gerardi), un perfido e temuto proprietario terriero che da anni sfrutta i contadini» (dalla sinossi ufficiale). Da questi presupposti potrete intuire qualche sviluppo narrativo, ma non il colpo di svolta (ahi noi accaduto nella realtà visto che è tratto da una storia vera) e i successivi sviluppi. L’ultimo Paradiso è molto curato anche sul piano della fotografia (di Gian Filippo Corticelli), che ben evidenzia il mutamento tra interno ed esterno e, se vogliamo, è anche specchio degli stati emotivi insieme ad alcune ambientazioni.
«Il film si ispira a un fatto realmente accaduto alla fine degli anni ’50, al Sud, dove sono nato e cresciuto. L’idea è stata quella di ritrarre il meridione raccontatomi. Un sud aspro e bellissimo che assiste con indifferenza ai drammi della sua gente, sovrastandola coi suoi silenzi.
In campo l’antica lotta tra libertà e oppressione, tra giustizia e prepotenza […] Senza troppe descrizioni e virtuosismi di riprese, ho voluto raccontare un pezzo della mia terra e il suo ancoraggio a un mondo arcaico dove lo Stato, ancora oggi, non sa dare risposte alla mancanza di opportunità che impera ancora in quelle aree» (dalle note di regia di Rocco Ricciardulli). Purtroppo, il pensiero amaro che si fa largo durante la visione consiste nel rendersi conto che, per quanto tutto ciò a cui assistiamo avvenga anni fa, ben poco è mutato, in particolare rispetto a specifiche dinamiche e alla conquista della libertà.

Abbiamo partecipato all’incontro stampa (moderato dal giornalista Enrico Magrelli), dove erano in collegamento il regista e sceneggiatore Ricciardulli, l’attore, produttore e co-sceneggiatore Riccardo Scamarcio e le due protagoniste femminili: Gaia Bermani Amaral e Valentina Cervi. L’ultimo Paradiso è disponibile da venerdì 5 febbraio su Netflix.

L’ultimo Paradiso

D: Nelle note di regia ci porti nella tua infanzia con una serie di racconti provenienti da tua madre e ti riporta al Sud. Sembra una storia che appartenga a un’Italia lontana, a un mondo, a una cultura, a dei rapporti fra gli uomini e le donne e a dei rapporti col proprio datore di lavoro appunto lontani. Qual è la necessità che ti ha spinto effettivamente?
Rocco Ricciardulli: «Le dinamiche che vediamo nel film non sono poi così cambiate, sono cambiati gli ‘attori’, prima venivano sfruttati nei campi gli italiani ora gli extracomunitari. Il caporalato ancora c’è nel Sud anche se in maniera diversa, ma molte risposte ancora mancano. Anni fa realizzai uno spettacolo intitolato “Ammerika” dove raccontavo lo sfruttamento degli emigranti e, parallelamente, mi accorsi che c’erano ancora delle persone che lavoravano nei campi a due euro l’ora vicino al paese dove sono nato in provincia di Matera».

D: Riccardo, tu scegli di interpretare e produrre dei film molto precisi, si potrebbe costruire un profilo del Riccardo produttore. In questo caso hai anche co-sceneggiato. Ci porti all’interno di questo lavoro e di quali siano stati i nodi da affrontare e come li avere risolti.
Riccardo Scamarcio: «Il metodo è stato già affrontato in Pericle il nero: una sorta di work in progress che continua per tutto il tempo della ripresa. Il finale lo abbiamo scritto a dieci giorni dal girarlo, era completamente diverso all’inizio. A fine giornata ci confrontavamo. Questo comporta pure dei rischi, ma è un lavoro che è durato tutto il tempo, da quando ho deciso di produrlo assumendomi questa responsabilità, passando le riprese, fino al montaggio. Siamo stati elastici e questo porta una certa organicità, soprattutto quando non hai risorse enormi da sfruttare. Ci siamo rimboccati le maniche».

D: Quali sono state le tue emozioni personali e quali suggestioni pensi che quest’opera possa trasmettere agli spettatori di tutto il mondo?
R. Scamarcio: «Ho ritrovato in questa storia due elementi fondamentali: la lotta di classe e la disparità. E poi l’emancipazione, chi vuole scappare e chi, invece, è andato via, ha nostalgia delle proprie radici. Ci sono almeno sessanta milioni di italiani nel mondo. È un Paese che ha prodotto un’emigrazione importante. Ne L’ultimo Paradiso mettiamo in scena situazioni paradossali, difficilmente comprensibili rispetto a quello che dovrebbe essere un comportamento ‘canonico’. Il mio personaggio è sposato, ha un bambino, ma s’innamora di un’altra. Mi piaceva che anche il protagonista avesse degli elementi con cui non possiamo completamente aderire: una sorta di incosciente egoismo; ma il cinema deve lavorare così, creando personaggi tridimensionali, senza procedere per stereotipi. Poi c’è la scena delle orecchiette, mi ha ricordato mia nonna. Ci sono suoni e atmosfere che che ho vissuto da bambino e magari chi è a Chicago o in Brasile se ne ricorderà».

L’ultimo Paradiso

D: Cosa significa tornare nei luoghi natii e avere l’autonomia di creazione in quanto produttore?
R. Scamarcio: «Per quanto mi riguarda non è un ritorno alla terra perché non me ne sono mai andato. Ho mantenuto un legame forte coi miei luoghi d’infanzia. C’è una scena girata in un posto in cui andavo a cercare i funghi con mio padre – dietro Castel Del Monte. Essere produttore e interprete dà una visione privilegiata: conosco il set dall’interno, il controllo della scena e ho imparato una serie di cose che non conoscevo. L’idea di base è quella di riuscire ad aprire un collegamento diretto tra la parte creativa e quella produttiva».

D: Sono oggettivamente dei ruoli femminili importanti e preziosi per una serie di aspetto in un universo in cui la morsa maschile, del patriarcato, è davvero molto forte. Come avete lavorato su questi personaggi?
Gaia Bermani Amaral: «Bianca è un personaggio che definirei moderno proprio perché è una donna che rispecchia anche quella di oggi in quanto cerca riscatto, libertà, giustizia, non vuole sottostare a determinate regole che allora vigevano. Lei vuole soprattutto imporre la propria identità, si ribella al padre padrone violento per cui cerca, in qualche modo, di mutare la propria condizione e, in generale, quella della donna perché è sempre dal singolo che parte la piccola fiamma che poi si estende a un cambiamento epocale. Il mio personaggio è molto caparbio e fragile allo stesso tempo e ritengo che, appunto, esprima un bel messaggio di coraggio: lottare sempre per la propria identità».

L’ultimo Paradiso

Valentina Cervi: «Sono opposti come personaggi femminili, ma anche le stesse famiglie. La mia Lucia cerca di comprendere il maschio con tutte le sue derive, non può abdicare alla sua sofferenza».

D: Il cinema rappresenta (soprattutto nei film di cassetta) la figura paterna spesso come distratta e superficiale. Ti piacerebbe portare, un giorno, sullo schermo, un padre importante, virtuoso?
R. Scamarcio: «Ho fatto dei film, come Il ladro di giorni e prima ancora La prima luce dove incarnavo un papà sofferente. Ho avuto l’opportunità di incarnare dei padri in situazioni complicate dove questo amore di padre è ben rappresentato. Il rapporto della paternità è assoluto, non mi interessa la questione sociologica, ritengo che il cinema debba allontanarsi da queste analisi. Mi interessa solo vedere l’amore ancestrale».

D: Sei diventato papà da un po’ di tempo, cosa ti ha fatto comprendere?
R. Scamarcio: «Ho capito che l’amore per un figlio non ti prevede, è al di là di te. Nel nostro film c’è questo aspetto del toccarsi molto, di entrare in rapporto col dialetto che crea un linguaggio speciale».

D: Riccardo, hai lavorato freneticamente, e una volta, con una battuta scherzosa avevi affermato di voler battere Sordi; al contempo ci avevi detto che il set era il luogo dove stavi meglio. Adesso, alla luce della bellissima novità che c’è nella tua vita, hai un po’ rallentato?
R. Scamarcio: «In realtà sto accelerando, chiaramente porto il cinema a casa. Voglio solo fare dei film, abbiamo questa cosa di voler fare il cinema, al di là di ‘come vengono’. Spero che mia figlia, quando crescerà, capirà che il cinema è meglio della vita».

D: Nel lungometraggio viene citata questa frase: “la libertà non morirà mai”. Vale anche oggi vista la situazione che stiamo vivendo?
R. Scamarcio: «La libertà è qualcosa che va cercata e va difesa, bisogna assumersi anche dei rischi per farlo per cui in questo senso assume delle sfumature di idealismo».

G. B. Amaral: «Per me la libertà è come il movimento cioè è l’origine di ogni cosa, quindi se non c’è movimento non c’è vita e di conseguenza se non c’è libertà non c’è vita e, come diceva Riccardo, è un ideale a cui l’umanità deve sempre tendere per cercare di realizzarla nella propria esistenza».

V. Cervi: «È qualcosa di molto complicato, un lavoro costante e quotidiano per risvegliarsi alla realtà che stiamo subendo. La libertà è una conquista e ci vuole coraggio, ogni tanto, di essere impopolari. In questo momento ritengo che siamo molto addormentati».

L’ultimo Paradiso

D: Riccardo, il film esce su piattaforma, hai mai nostalgia della sala oscura, con le sale chiuse da un anno…
R. Scamarcio: «Partiamo da un presupposto: a mio parere il cinema non è il luogo dove viene visto, il cinema è un modo di raccontare. La Settima Arte non morirà mai, è molto importante perché parla al nostro inconscio. Fellini in questo senso è manifesto. Mi auguro che quando tutta questa condizione finirà, ci sarà una forte ripresa del settore. Siamo tutti molto preoccupati e vogliamo che la sala riapra».

D: Quanto la storia originale è diversa da quella rappresentata nel lungometraggio?
R. Ricciardulli: «Avevo tratto da questa vicenda una pièce teatrale. Mi era stata raccontata da mia madre. Dopo la prima stesura, la proposi a Riccardo e da quel momento è mutata. L’evento che accade a Ciccio è realmente accaduto in Lucania; dopodiché, come spesso accade, partendo da un evento realmente avvenuto siamo andati in un’altra direzione e la parte di astrazione è venuta da sé, proprio per quel metodo di cui raccontava prima Riccardo».

Maria Lucia Tangorra

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