Incarnation

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7.0 Awesome
  • voto 7

Ognuno ha il suo tempo

Ognuno ha il suo tempo ed il suo posto. Così è in ogni società, compresa quella giapponese; anzi soprattutto in quella giapponese. Una società fortemente verticistica ed accentratrice, nella quale ognuno ha un ruolo ben definito alla quale non può derogare, se questo succede la società lo rinnega. Una mentalità che ha favorito la nascita di forti scompensi e problemi di carattere sociale, benchéal suo interno si faccia ancora molta fatica ad ammetterlo. A questa concezione non sfuggono nemmeno le figure d’invenzione e del folklore.
Un esempio è il vampiro. Una figura che non ha posto nel folklore giapponese, essendo stata importata dagli stranieri, ma che trova oggi il suo tempo di elezione ed il suo posto nella cultura popolare di massa espressa da manga e anime. Incarnation, l’opera d’esordio del giovane regista nipponico Noboru Suzuki, presentata in concorso nella sezione cortometraggi del 21° Trieste Science + Fiction Festival, ne è un nuovo esempio. In una struttura dialogica e dall’atmosfera teatrale, Suzuki, organizza un racconto elegante nel quale il tempo è uno degli elementi centrali. Come testimoniato dall’insistenza con la quale si fa riferimento ad un metronomo in funzione durante la narrazione. Un altro tema è il posto che ognuno occupa nella società ed i doveri ad esso collegati nei confronti degli altri. Il che ci introduce ad un altro elemento centrale: il rapporto tra generazioni. Anziani e giovani hanno rispettivi obblighi e diritti. Gli uni devono prendersi cura degli altri e viceversa. Gli anziani trasmettendo la conoscenza ed assicurandosi che i giovani capiscano come possano trovare il loro posto nella società. I giovani assicurandosi che gli anziani siano protetti. Il dialogo tra i due protagonisti sviscera proprio questa questione. Lo fa tuttavia all’interno di un habitus horror che dona una certa veste grottesca ed allegorica all’argomento. Il tutto organizzato da un attento e fine lavoro di scrittura che permette di disvelare i reali ruoli dei personaggi in maniera graduale e sottile. Lo spettatore non ne è immediatamente consapevole. La consapevolezza arriva solo quando il passaggio di tono è già avvenuto.
Il tutto va certamente ad onore del regista che riesce ad organizzare un dispositivo narrativo perfettamente calibrato e dal sapore universale. Certamente l’essersi appoggiato all’estetica ed alla struttura della narrativa popolare di fumetti e serie animate ha aiutato Suzuki ad elaborare un racconto dal sapore universale, che può essere compreso anche al di fuori dei confini patri.
Ritornando all’estetica manga e anime, le citiamo sempre unitamente perché sempre strettamente collegate, il racconto dà in effetti l’impressione di essere un’introduzione, un primo capitolo di un’opera più grande. Visti i presupposti e la qualità del lavoro dell’autore, possiamo dire che questa è una storia che desideriamo seguire a lungo. Speriamo che Noboru Suzuki sia interessato a continuare a raccontarla.

Luca Bovio

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