In the sky with Diamond

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L’algebra del divertimento

Se, come sosteneva Pirandello, l’umorismo non è il semplice “avvertimento del contrario”, la mera registrazione delle deformità e delle stranezze che rendono un individuo risibile, ma il “sentimento del contrario”, la comprensione, cioè, delle ragioni retrostanti l’anomalia, allora I.A.L. Diamond è stato un umorista obrizzo, uno che non ha soltanto sbertucciato le debolezze altrui, ma ne ha restituito anche la tragedia. Non è un caso, d’altra parte, che, spesso, i personaggi da lui congegnati siano stati assunti dal volto compassionevole, umanissimo di Jack Lemmon.
I.A.L.: quanta ironia già nello pseudonimo! Ironia e meriti biografici, perché nell’Interscholastic Algebra League, ecco svelato l’arcano dell’acronimo, il geniale sceneggiatore aveva primeggiato, ai tempi della scuola. Nato a Ungheni, in Moldavia, il 27 giugno 1920 (sì, un secolo fa) e morto a Beverly Hills il 21 aprile 1988, Itek Domnici era emigrato, bambino, dall’Europa e cresciuto a New York. Già studente di giornalismo alla Columbia University, esordì, nella scrittura cinematografica, negli anni Quaranta, assestandosi saldamente, fin dagli inizi, nei domini della commedia, il genere che con più assiduità avrebbe praticato in avvenire.
Infatti, è di una sovreccitata screwball comedy del venerando Howard Hawks il primo titolo memorabile, quel Monkey Business o Il magnifico scherzo, uscito nel 1952, nel quale una giovane Marilyn, in uniforme segretariale, cinguetta: «Mr. Oxley’s been complaining about my punctuation, so I’m careful to get here before nine», mentre il regressus dei protagonisti all’infanzia, un incidente chimico, si lascia leggere come la sarcastica metafora dell’inebetirsi dell’individuo nella società massificata e consumistica. È interessante notare che la seconda stesura del copione fu curata dai grandi Ben Hetch e Charles Lederer, perché, per le curiose congiunture astrali che paiono governare la storia della settima arte ordendo intrecci e rime, se Hetch e MacArthur sono, notoriamente, gli autori di The Front Page, celeberrima pièce, Lederer ne sceneggiò, con i drammaturghi, il primo e il secondo adattamento audivisivo, mentre Diamond il terzo, The Front Page, appunto, o Prima pagina, etologia della professione giornalistica, colta nella sua triviale ribalderia ma anche nella sua importanza sociale. Il film arrivò in sala nel ’74, apice del sodalizio che ha letteralmente forgiato la carriera di Diamond. Quello con Billy Wilder.
Nello screenwriter, il regista austriaco trovò, infatti, il più calzante sostituto di Charles Brackett, i rapporti con il quale si erano interrotti dopo Viale del tramonto. Ma sostituto è dir poco. Tra i due, s’instaurò un’amicizia vivace, intensa e polemica, vivificata dall’interesse per la fallibilità e le bizzarie dell’umano; e ne venne una longeva e prodigiosa collaborazione che, a Diamond, arrecò, insieme a qualche flop, successi plateali, un Oscar, vinto per un capolavoro di sensibilità come L’appartamento (The Apartment, 1960), diario di una dignità calpestata, e altre due nomination.
Un matrimonio artistico in piena regola, cominciato con Arianna (Love in the Afternoon, 1957), sognante rom com ricalcata sul fascino maturo di Gary Cooper e sulla venustà liliale di Audrey Hepburn, e proseguito con A qualcuno piace caldo (Some Like it Hot, 1959), e, qui, le presentazioni diventano superflue, tanto quell’erbario di doppi sensi, allusioni maliziose, battute mordaci, ambiguità sessuale e gag travolgenti ha influito sul metabolismo spirituale collettivo.
Wilder più Diamond ha significato, tuttavia, anche Uno, due, tre! (One, Two, Three, 1961), parodia della Guerra fredda e della relativa temperie, Irma la dolce (Irma la douce, 1963), estroversa e cervellotica pochade, Baciami, stupido (Kiss Me, Stupid, 1964), quasi un elogio dell’adulterio, Non per soldi… ma per denaro (The Fortune Cookie, 1966), imperdibile glossario dell’avidità umana, Vita privata di Sherlock Holmes (The Private Life of Sherlock Holmes, 1970), malinconico sfatamento della proverbiale razionalità dell’investigatore britannico, Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (Avanti!, 1972), sagace consuntivo di altarini familiari favoriti dal sensuale paesaggio mediterraneo. Fedora rappresentò, nel ’78, un recupero delle atmosfere di Sunset Boulevard; Buddy Buddy, nel ’81, il ritorno ai toni faceti.
Sì, dal ’57 in poi la creatività di I.A.L. fu quasi interamente dedicata a Wilder. Al ’69, tuttavia, data un’eccezione di non poco momento. A partire, infatti, da un applaudito play di Broadway, lo sceneggiatore scrisse, per Gene Saks, l’immarcescibile Fiore di cactus (Cactus Flower), delizioso puzzle sentimentale le cui tessere, Ingrid Bergman, Walter Matthau e Goldie Hawn, faticano a combaciare. Un arguto studio di caratteri e solitudini metropolitane, degno di Diamond. Un umorista autentico.

Dario Gigante

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