Il verdetto

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5.0 Awesome
  • voto 5

Una questione di sangue

I critici l’hanno definita una delle migliori interpretazioni della sua carriera ma, indipendentemente da questo, la performance davanti la macchina da presa della due volte Premio Oscar Emma Thompson rischia di essere – e lo è – una delle poche cose che meritano di essere ricordate de Il verdetto, trasposizione per il grande schermo del bestseller di Ian McEwan “La ballata di Adam Henry”.
La pellicola firmata da Richard Eyre, nelle sale nostrane dal 18 ottobre ad un anno di distanza dalla premiere al Toronto International Film Festival 2017, ha nell’interpretazione dell’attrice londinese la scialuppa alla quale aggrapparsi con le unghie e con i denti per evitare che l’intera nave vada a picco. Se da un lato la Thompson offre il solito utilissimo contributo alla causa, anche a quella più deficitaria come in questo caso, dando corpo, voce e spessore al personaggio che le è stato affidato, dall’altro il film – elegante nella forma e sin troppo enfatizzante nella colonna sonora – alla quale ha preso parte risulta a conti fatti una grandissima occasione persa che lascia molto di più di un semplice amaro in bocca. Non rendere giustizia alla scrittura stratificata e multiforme di McEwan, non riuscire a tenere il passo di pagine pregnanti e avvolgenti come quelle del romanzo del 2014, sono mancanze che a conti fatti possono farsi sentire. Ed è quanto si è verificato nel passaggio dalla carta allo schermo. Cose che possono accadere e non sarebbe di certo la prima volta, ma ciò che più dispiace è che il tutto sia avvenuto sotto gli occhi dell’autore, impegnato al fianco di Eyre nel lavoro di adattamento nelle vesti di co-sceneggiatore. Insomma, un vero e proprio autogol.
Il risultato è un’opera che sfrutta solo in una piccola percentuale il potenziale narrativo e drammaturgico di una matrice letteraria che si interroga, e ci invita a a farlo, sul ruolo della giustizia nelle nostre vite. Non con la medesima forza e incisività del romanzo, il film mette l’uno di fronte all’altro lo spirito secolare laico della legge e i dogmi di una fede religiosa, mostrandone l’inevitabile rotta di collisione. Ma non potendo avventurarsi nei meandri di uno scontro che non ha tempo e non ha fine, di comune accordo Eyre e McEwan vivisezionano la materia prima restringendo il campo al fattore umano. Al centro de Il verdetto troviamo, infatti, un giudice dell’Alta Corte britannica in piena crisi matrimoniale di nome Fiona Maye chiamata a prendere una decisione cruciale nell’esercizio del suo ruolo: deve obbligare Adam, un giovane adolescente, a sottoporsi a una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita? In deroga all’ortodossia professionale, Fiona sceglie di andare a far visita ad Adam in ospedale e quell’incontro avrà un profondo impatto su entrambi, suscitando nuove e potenti emozioni nel ragazzo e sentimenti rimasti a lungo sepolti nella donna.
Ne viene fuori un’opera cinematografica letteralmente spaccato in due, con un fiacco legal movie che cede il testimone ad un dramma nel dramma dove le tante emozioni che caratterizzano il romanzo qui fluiscono con il contagocce. Nel mezzo l’evoluzione di un personaggio che la Thompson impreziosisce ogniqualvolta le viene data l’occasione (vedi gli incontri all’ospedale e nel cottage di Newcastle tra Fiona e Adam, oppure il pre-epilogo del post concerto di Natale). Se le scene processuali in aula servono più che altro come volano, la restante fetta di timeline dedicata al post sentenza e all’impatto che questa ha avuto sulle esistenze dei protagonisti avrebbe dovuto rilanciare e dare la spinta decisiva al racconto, ma così purtroppo non è stato.

Francesco Del Grosso

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