Il primo anno

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Numero chiuso

Il cinema di Thomas Lilti, medico con la passione per la Settima Arte, ruota inevitabilmente su argomenti di sua stretta conoscenza. Dopo Ippocrate (2014), attento ritratto sui primi passi in carriera di un giovanissimo medico, e Il medico di campagna (2016), acuta osservazione della vita di un dottore di provincia costretto a propria volta a fare i conti con la malattia, ecco un ritorno alla gioventù, a quella fase embrionale in cui si sceglie l’indirizzo di studi che sancirà la professione d’appartenenza in previsione di una possibile carriera.
Ne Il primo anno – questo il titolo del film – Antoine (il bravissimo Vincent Lacoste, già ammirato in Ippocrate) è un giovane che prova, indefessamente, ad entrare nella facoltà di medicina, rigidamente a numero chiuso nell’università francese di riferimento. Ha fallito anche nel secondo anno, si appresta a tentare di nuovo nel terzo. Nel corso preparatorio pre-universitario conosce Benjamin (perfetto anche William Lebghil), figlio di un medico affermato e al suo primo anno. Nasce tra loro un rapporto di amicizia che verrà messo a dura prova dall’estrema competitività dell’ambiente.
Ciò che colpisce positivamente nell’approccio stilistico di Lilti – come sempre anche sceneggiatore – è, come di consueto, l’attenzione al quotidiano, la capacità assoluta di riportare fedelmente la realtà o almeno qualcosa di molto somigliante ad essa. Ne Il primo anno si respirano di nuovo – per chi ormai ha trascorso da più o meno tempo quegli anni – gli entusiasmi giovanili verso un futuro tutto da scrivere, la passione incontenibile nei confronti di una materia (la medicina, appunto) da studiare e conoscere in ogni sua possibile declinazione. Il tono da commedia di formazione risulta saggiamente intercalato ad una critica nemmeno troppo velata al sistema d’istruzione francese: l’aspra selezione, lo studio mnemonico sin troppo compresso nei tempi mette gli studenti a serio rischio esaurimento psicologico, come accade ad Antoine nel corso de Il primo anno. Un mondo, quello che precede l’ingresso effettivo all’università, che si fa funzionale metafora di una società fuori controllo, improntata in modo esclusivo sul superamento degli altri attraverso una tensione costante dei propri limiti. Si potrà obiettare che, alla fine, siano i migliori ad emergere, come sentenziano le istituzioni nel film. Ma eventualmente a quale prezzo? Quello di un apparato sociale nel quale regna la diffidenza reciproca?
Il finale de Il primo anno, da non svelare perché da vivere con la totale empatia che merita, dimostra che un isolato gesto d’altruismo può ancora fare tutta la differenza del mondo. Anche a costo di sembrare una piccola, inspiegabile, goccia nel deserto di un egoismo sociale perfettamente aderente all’antico detto “mors tua vita mea”.
Non che Il primo anno, al tirar delle somme, sia esente da una certa prevedibilità nell’evoluzione narrativa anche nei cosiddetti colpi di scena, tutt’altro. Ma certo appare bello e gratificante ritrovarsi aggrappati ad una salvifica boa nel bel mezzo di un mare tempestoso nel quale ogni giorno è necessario lottare per la sopravvivenza. Il cinema di Thomas Lilti ci restituisce il piacere di vivere, con i suoi molti contro ed i pochi pro, l’irresistibile flusso esistenziale di quando il futuro non era ancora alle spalle. Con una grazia tipica di certo cinema transalpino quando riesce ad essere perfettamente rodato. La lezione di Arnaud Desplechin, insomma, è stata ben assimilata e Il primo anno è davvero un piccolo gioiello da non mancare, specialmente in questi tempi segnati dal covid in cui il cinema sta faticosamente cercando di rialzare la testa. Anche se il lungometraggio di Lilti è stato realizzato nel 2018, quando gli assembramenti scolastici erano una piacevole consuetudine, se guardati con gli occhi di ora. C’è da sperare che quei momenti, allora criticabili anche da noi, possano tornare dovunque, come ritrovato segno di normalità. Definiamoli i paradossi della realtà cangiante…

Daniele De Angelis

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