Il Pianeta in mare

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6.0 Awesome
  • VOTO 6

Ciò che resta

È iniziato a una manciata di miglia marine di distanza da dove ha preso forma e sostanza il percorso festivaliero e distributivo de Il Pianeta in mare, il nuovo documentario firmato da Andrea Segre, sbarcato al Lido per l’anteprima mondiale nel Fuori Concorso della 76eesima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica. Cornice ideale e non poteva essere altrimenti, quella lidense, per un’opera che ha portato il regista veneto e la sua macchina da presa nel pianeta industriale di Marghera, cuore meccanico della Laguna di Venezia, che da cento anni non smette di pulsare.
Ed è proprio in occasione delle celebrazioni del centenario di Porto Marghera che l’autore ha voluto tracciare una linea simbolica all’interno di un mondo in bilico tra il suo ingombrante passato e il suo futuro incerto, dove lavorano operai di oltre 60 nazionalità diverse. Il tutto a pochissimi passi da dove nel 2003, lo stesso Segre aveva raccontato in Marghera Canale Nord (in co-regia con Andrea Bevilacqua e Francesco Cressati) l’odissea umana di otto marinai, quattro egiziani e quattro indonesiani, intrappolati all’interno della loro enorme prigione di 28mila tonnellate: la motonave Kawkab.
Con Il Pianeta in mare, Segre torna nei paraggi per affrontare argomentazioni a lui care, tra cui proprio quella della migrazione in terra nostrana, estendendo però gli orizzonti narrativi e drammaturgici della timeline a un discorso e a una riflessione molto più ampi, che chiamano in causa la memoria e la sua resilienza, la crisi economica e occupazionale, oltre alla mutazione topografica, lavorativa e tecnologica che ha investito come uno tsunami il luogo e la fauna umana che popola e ha popolato l’area in questione. Per farlo ha dato vita a un tour filmico negli spazi di oggi per mostrare e raccontare cosa è rimasto di ieri. Il tutto attraverso un viaggio fisico e orale, mescolando senza soluzione di continuità passato e presente che trovano corrispondenze nell’intreccio molto efficace tra riprese inedite e preziosi materiali d’archivio. E di fatto si arriva a perdersi e a stupirsi in luoghi mai raggiunti prima, come il ventre d’acciaio delle grandi navi in costruzione, le ombre dei bastioni abbandonati del Petrolchimico, gli alti forni e le ciminiere delle raffinerie, il nuovo mondo telematico di Vega o le centinaia di container che navi intercontinentali scaricano senza sosta ai bordi dell’immobile Laguna. Attraverso le vite e i ricordi di operai, manager, camionisti e della cuoca dell’ultima trattoria del Pianeta Marghera, le immagini di Andrea Segre ci aiutano a capire cosa è rimasto del grande sogno di progresso industriale del Pianeta Italia, oggi immerso, dopo le crisi e le ferite del recente passato, nel flusso globale dell’economia e delle migrazioni.
A conti fatti, il documentario assolve al compito che si era prefissato, ossia condurre per mano le persone (gli spettatori) lì dove non possono o non vogliono entrare per un motivo e per un altro. Segre apre loro le porte e nel farlo addotta l’approccio che ha reso riconoscibile il suo modo di fare e concepire il cinema del reale, ossia osservando senza giudicare, entrando in punta di piedi sino a diventare invisibile e poco ingombrante. Un modus operandi che gli ha permesso ancora una volta di diventare parte integrante e non un corpo estraneo nella realtà che lui e la sua macchina da presa sono andati a esplorare. Ma al netto di tutto questo c’è purtroppo un limite oltre il quale il regista di Dolo non è stato capace questa volta di andare ed è la componente emozionale. L’eccessivo palleggio insistito tra e da luoghi e persone ha creato all’interno della narrazione alternata una frammentazione e una slegatura tra le varie componenti. Ciò ha determinato anche un allontanamento emotivo dai soggetti e dalle topografie stesse, nonostante la vicinanza spesso fisica dell’hardware ad essi fosse chiara e tangibile. Limiti che non consentono al film nella sua interezza di scavare veramente in profondità e oltre la superficie, di arrivare laddove sarebbe potuto arrivare se alla racconto e alla puntuale documentazione sul campo si fosse dato più spazio alle umanità in gioco e alle loro storie.

Francesco Del Grosso

 

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