Il permesso – 48 ore fuori

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6.0 Awesome
  • voto 6

Quattro personaggi in cerca d’amore

Ancora un quattro per il Claudio Amendola regista, che con Il permesso – 48 ore fuori torna dietro la macchina da presa a due anni di distanza da La mossa del pinguino. Quattro non è, però, il voto che abbiamo deciso di attribuire a entrambe le prove, ma il numero di coprotagonisti che animano le storie che ha deciso di raccontare sul grande schermo. Dopo i quattro giocatori dell’improbabile squadra di curling al centro della pellicola del 2014, è ancora un poker di personaggi tanto diversi fra loro il motore portante del racconto. Questa volta si tratta di detenuti seguiti durante le rispettive quarantotto ore di permesso, tre uomini e una donna di età ed estrazione sociale differenti che devono decidere come utilizzare questa breve finestra di libertà prima che si richiuda. Luigi, cinquantenne, condannato per duplice omicidio, è stanco e cerca pace. Donato, trentacinque anni, è innocente e sconta la pena per coprire il vero colpevole. Rossana, venticinque anni, è la figlia di una diplomatica, arrestata per traffico di stupefacenti. Angelo, coetaneo di Rossana, è un ragazzo di borgata condannato per rapina, in carcere studia e tenta di costruirsi una nuova vita.
Nella sua opera seconda, presentata nel concorso della 26esima edizione del Noir in Festival (dove si è aggiudicata il Premio del Pubblico Fight Cult – IULM per il cinema italiano) e prossimamente nelle sale con Eagle Pictures, l’attore capitolino torna a parlare di losers in cerca di riscatto, ma anche di rapporti umani, identità, senso di dignità e riconquista di un proprio spazio nel mondo. Ne La mossa del pinguino abbiamo avuto a che fare con quattro romani, un precario, un disoccupato, un pensionato e uno spaccone, che scoprono lo sport del curling per caso e convinti delle proprie potenzialità, costituiscono una squadra per Olimpiadi Invernali di Torino 2006, in cui l’Italia ha di diritto una squadra qualificata essendo paese ospitante. Una volta costituita la squadra, i quattro dopo mesi di allenamenti grossolani data la loro scarsa esperienza partecipano alle selezioni per le Olimpiadi in cui vengono sconfitti, ma anche grazie all’esperienza vissuta riescono a riscattarsi a livello individuale e familiare, prima ancora che sociale.
Di fatto si tratta di un magma incandescente di temi già presenti nel film precedente, qui tenuti insieme da un collante che è il bisogno epidermico e vitale di dare e ricevere amore nelle sue molteplici declinazioni: quello per i propri figli, quello per i propri genitori, quello inseguito per una vita e anche quello ostacolato. Ne Il permesso questa ricerca si tinge di dolore, disperazione e anche di violenza. Per compiersi deve passare giocoforza per un confronto faccia a faccia con un passato che, vuoi o non vuoi, torna a bussare alla porta per presentare il conto. Ciascun protagonista, in un modo o nell’altro, dovrà farci i conti e non è detto che tutti ne usciranno vincitori. Ovviamente lasciamo alla visione il gusto della scoperta.
Per portare sullo schermo il suddetto magma drammaturgico, Amendola cambia totalmente genere rispetto a La mossa del pinguino, passando dalla commedia intergenerazionale a sfondo sportivo al crime movie. E non solo, perché a cambiare è anche il tipo di architettura eretta per portare avanti il racconto. Questa conserva un carattere polifonico, ma con una narrazione che non scorre su un unico binario, ma su quattro separati che scorrono parallelamente, alternandosi sulla timeline e intersecandosi quando se ne presenta l’occasione (i frammenti dedicati ad Angelo e Rossana). Le strade dei protagonisti di fatto si dividono appena oltrepassata la soglia del carcere di Civitavecchia. Da quel momento anche le loro one line prenderanno percorsi indipendenti. Si è in presenza di due approcci alla materia completamente diversi, ma con in comune il medesimo utilizzo del genere come strumento per raccontare realtà tangibili. Il filo conduttore è quello di costruire storie e disegnare personaggi che hanno le proprie radici immerse nella realtà, non nella sola immaginazione dello sceneggiatore di turno. Proprio in virtù di questo bisognerebbe smettere di parlare di ritorno al genere, ma soprattutto di netta scissione tra l’autorialità e il commerciale. Il cinema di genere ha tutte le carte in regola per trattare temi alti, di rilevanza politica, sociale e civile, come accaduto in passato con i gloriosi tempi che furono. Di recente, film come Gomorra, Suburra, A.C.A.B., Diaz e Romanzo criminale, ce lo hanno ampiamente dimostrato. Per Il permesso il concetto resta lo stesso, ma non la resa purtroppo, che non raggiunge gli standard qualitativi e la forza drammaturgica dei titoli messi in evidenza, nonostante dietro il soggetto e la sceneggiatura ci sia la penna di Giancarlo De Cataldo. Il contributo alla causa di quest’ultimo nella fase di scrittura non è bastato a garantire all’opera quella solidità che, invece, ha caratterizzato alcuni dei progetti su citati che portano la sua firma. Il secondo film di Amendola è, infatti, l’ennesima dimostrazione di come si possa vanificare quanto di buono fatto prima, con una quindicina di minuti circa davvero scellerati a scombinare i piani. Tanto dura l’harakiri alla quale viene sottoposta la timeline quando si è ormai in prossimità dei titoli di coda. Fino al blackout, che rappresenta per il film e per il suo autore un vero e proprio punto di non ritorno, lo script aveva solo barcollato, mostrando segni di disequilibrio tra le quattro storie e qualche passaggio a vuoto.
Il blackout è causato da un’esternazione fin troppo banale di una morale a buon mercato, che frena bruscamente la coraggiosa e no politically correct strada percorsa nei precedenti 75 minuti. Gli epiloghi che chiudono le singole storie finiscono con il non rendere piena giustizia al disegno complessivo, portando il tutto su una dimensione di prevedibile riconciliazione e non di piena coerenza con quando mostrato nella prima ora e passa. Da questo punto di vista, l’Amendola regista fa un bel passo indietro rispetto alla sua opera prima, senza alcun dubbio più compatta drammaturgicamente parlando, al contrario del lavoro dietro la macchina da presa che in Il permesso dimostra di avere avuto una notevole evoluzione stilistica. Ora non resta che attendere l’opera terza per capire una volta per tutte di che pasta è fatto l’Amendola regista. Noi lo faremo fiduciosi.

Francesco Del Grosso

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