Il grande quaderno

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Inseparabili

Tra i lungometraggi in concorso al Trieste Film Festival 2014, Il grande quaderno (ovvero A nagy füzet, in ungherese) di János Szász era risultato senz’altro tra quelli maggiormente abilitati a impressionare pubblico e critica, sia per la crudezza a tratti quasi insostenibile del racconto, sia per l’indubbia raffinatezza registica. Del resto molto raffinato è anche il gusto del pubblico triestino, specie per ciò che riguarda le produzioni cinematografiche dell’Europa Orientale. Fa ancora più piacere, pertanto, che un simile film, bello ma volendo anche ostico, sia stato ora recuperato a livello distributivo per una regolare uscita nelle sale italiane.

Nell’accennare a una fruibilità non così scontata del lungometraggio magiaro, facciamo esplicito riferimento alla sua cupezza di fondo. Ad essere qui raccontata è la storia di due giovani fratelli che, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, vengono trasferiti in campagna per volontà dei genitori, che li vorrebbero al sicuro. Per prendersi cura di loro viene ricontattata una nonna dal pessimo carattere lasciata in disparte per anni, che fino al loro arrivo ne ignorava addirittura l’esistenza. Basta poco per scoprire quanto questa loro parente possa essere gretta, violenta, ostile, avida, tanto da essersi guadagnata, presso i compaesani, il soprannome di “strega”. Per quei ragazzi, una coppia di gemelli sveglissimi e abituati a ragionare all’unisono, con una empatia quasi morbosa, si delinea da subito una specie di “educazione siberiana” in versione mitteleuropea. Punizioni corporali. Umiliazioni. Rapporti difficili con la diffidente e per nulla generosa popolazione del villaggio. Questo quadro umano già sconfortante verrà poi ulteriormente abbrutito dalla guerra, con l’ingresso delle truppe tedesche nel paesino a propiziare nuove violenze, nuovi orrori, nuove atroci scoperte, in ciò che si profila sempre di più come un racconto di formazione dai toni lividi. E i due poveri gemelli, determinati a sopravvivere nella speranza di poter un giorno rincontrare la madre, saranno man mano costretti a compiere scelte eticamente discutibili, ma coerenti col contesto umanamente così rigido e spietato col quale si devono confrontare…

Per quanto si avverta, a lungo andare, un qualcosa di monocromatico (in quanto tendente a un nero senza speranze) nell’esposizione di tali vicende, la storia dei due gemelli e del funesto impatto della guerra sulle loro vite cattura lo spettatore dall’inizio alla fine, pure per merito di un utilizzo curatissimo e a volte anche creativo, nella sua classicità di base, del linguaggio cinematografico. Come il titolo suggerisce, vi è un quaderno dove entrambi i protagonisti annotano cosa gli accade intorno. Ed è proprio a partire da questo leitmotiv narrativo che l’autore rielabora alcune delle trovate più interessanti: dalle pagine del manoscritto che quasi prendono vita con un rudimentale processo di animazione, fino a quell’allucinante parallellismo tra gli insetti che i ragazzi decidono di inchiodare sulle pagine, per classificarli così come piccoli trofei, e i tetri elenchi di vittime dei campi di sterminio annotati in maniera non troppo dissimile.
Ecco, un cineasta come János Szász, non nuovo ad educazioni sofferte e scabrose riportate metodicamente sul grande schermo (vedi anche I fratelli Witman, passato a Cannes nel 1997), ha dimostrato per l’ennesima volta di avere sufficiente cura dell’ambientazione e di possedere qualche idea di regia piuttosto valida; doti, queste, con le quali rendere più appetibile una narrazione cinematografica che la fotografia stessa, opera del talentuosissimo Christian Berger (il quale ha collaborato con Haneke, autentico maestro, per una serie di capolavori che vanno da La pianista a Il nastro bianco, da Benny’s Video a Niente da nascondere) ha contribuito a rendere magnetica. Grande cura formale, quindi, per un materiale narrativo di prim’ordine; avevamo finora trascurato di dire una delle cose più importanti, e cioè che Il grande quaderno è la trasposizione dell’omonimo bestseller di Ágota Kristóf, scrittrice ungherese emigrata in Svizzera dopo i tragici fatti del’56, che, proprio con questo romanzo, pose la prima pietra del capolavoro letterario che l’ha resa nota a livello internazionale: la Trilogia della città di K. Va inoltre detto che ricollocare sul grande schermo le peculiari atmosfere della sua scrittura non è mai stato facilissimo. Ci riuscì in parte Silvio Soldini, che adattandone in Brucio nel vento il lungo racconto Ieri aveva saputo esprime alcuni tratti specifici del disagio esistenziale del protagonista, magistralmente interpretato dall’attore ceco (ma attivissimo sia in Italia che in Francia) Ivan Franek, salvo poi cedere alla retorica di un finale fin troppo consolatorio, rispetto alla reale conclusione del libro.

Stefano Coccia

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