Il giovane favoloso

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7.0 Awesome
  • voto 7

Dialogo del cinema e della poesia

Il poeta è un fingitore scriveva Fernando Pessoa e questo verbo, “fingere”, ci riporta immediatamente alla mente la lirica più famosa di Giacomo Leopardi: “L’infinito” – «io nel pensier mi fingo». Come in un lampo di visione, la macchina cinema “finge” ogni volta che si mette in moto e, forse, ancor più quando si tratta di un film in costume.
Il giovane favoloso di Mario Martone è stato l’ultimo dei tre italiani in Concorso presentati alla 71^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Sapevamo che non sarebbe stato facile realizzare un lungometraggio su Leopardi; lo stesso letterato, solo per raccogliere i propri pensieri (e immaginiamo che non saranno stati tutti) ha impiegato 4526 pagine. Il regista napoletano opta per una «decisione estetica ed etica allo stesso tempo: stare a quello che le carte raccontano» ed, in effetti, nella costruzione drammaturgica cerca di rispecchiare i dati che possediamo sulla vita del poeta, riproponendo una messa in scena molto simile a quella di Noi credevamo sia per la struttura episodica che per il lavoro compiuto dal direttore della fotografia, Renato Berta.
Il punto è che, se da un lato si vuole sdoganare una certa immagine di Leopardi tanto che, in una scena, è lo stesso scrittore (Elio Germano) a sbottare affermando: «le mie opinioni non hanno niente a che vedere con le mie sofferenze personali», dall’altro talvolta si cade – nonostante le buone intenzioni – nella rappresentazione istituzionale del poeta di Recanati. Ci sono, però, dei guizzi che restituiscono visivamente il lirismo leopardiano, e spesso questi corrispondono alle soglie di mistero che permettono allo spettatore di completare, a proprio modo, il viaggio di interpretazione; in altri casi coincidono con la poesia allo stato puro.
Il film muove i primi passi dal periodo dell’infanzia a casa Leopardi. E. Germano, Edoardo Natoli (Carlo Leopardi) e Isabella Ragonese (Paolina Leopardi), sotto l’egida del Monaldo di Massimo Popolizio, sono bravissimi nel trasmettere l’atmosfera di studio matto e disperatissimo che si respirava nella gabbia d’oro. Emergono poi le differenze tra l’enfant prodige e i suoi fratelli, ma anche il rapporto speciale tra di loro. Fotogramma dopo fotogramma il poeta si trasforma fisicamente a causa del suo «cieco malor» e di pari passo seguiamo la sua evoluzione artistica. Un punto centrale e di svolta nel suo percorso è l’incontro – prima epistolario e poi dal vivo – con Pietro Giordani (un Valerio Binasco assolutamente in parte). È lui che risponde alla richiesta di ascolto di Leopardi, corrispondenza dopo corrispondenza si sviluppa un’empatia particolare, stimolante sia sul piano letterario che su quello delle idee e dei passi da compiere nella vita; la figura di Giordani sembra essere quella che squarcerà il mood malinconico per far scatenare il vigore intellettuale e la voglia di libertà dell’uomo. Si deve al contatto con lo scrittore piacentino un gesto forte: la fuga dalla prigione famigliare e la conseguente “resa dei conti” tra Leopardi, suo padre e lo zio (Paolo Graziosi) – costruita perfettamente anche per i geometrismi e le simmetrie nella disposizione nello spazio.
Questo passaggio ci ha fatto pensare che sarebbe stata questa la direzione presa da Il giovane favoloso: scandagliare il ruolo di Leopardi intellettuale, continuando anche la linea “sovversiva” di Noi credevamo. Invece, l’ultima fatica di Martone, si concentra principalmente sull’aspetto esistenziale. Ci sarebbe piaciuto che emergesse ancor più l’aria rivoluzionaria e di innovazione che questi artisti stavano portando, magari anche attraverso la disputa con Madame de Staël.
Dopo un’ellissi temporale, ci ritroviamo già al Leopardi più maturo, più dilaniato nel fisico e in compagnia di Ranieri (Michele Riondino), un salto biografico che bypassa, quindi, anche i passaggi intermedi in cui si evolve il pensiero.
Un punto senz’altro di forza è la particolare colonna sonora in cui Rossini si alterna alla musica elettronica di Sacha Ring (alias Apparat), in contrasto con il lirismo delle immagini – caratterizzate talvolta da una luce quasi caravaggesca. Queste ultime fanno raggiungere istanti di pura poesia sia cinematografica che della parola.
Elio Germano interpreta con tutto il corpo un Leopardi interiore, che, ci permettiamo di dire, ci appare spesso come già conosciuto, semplicemente perché rispecchia l’idea che molti di noi, sin dai tempi di scuola, ci siamo fatti del poeta. In alcuni momenti, ci duole dirlo, sembra come se l’immagine prenda il sopravvento sul corpo e l’attore si faccia un po’ sovrastare dalla “maschera” che ha indossato. Quella sofferenza profonda, quella melanconia si trasformano in una recitazione che può sfiorare il grottesco, ma, per fortuna, per gran parte della pellicola, Germano regge abbastanza bene un “peso” non facile da sopportare.
Dopo aver impastato le mani nelle “Operette morali” realizzando uno spettacolo teatrale, Martone ha voluto assumersi il rischio di portare sullo schermo una vita umana e artistica complessa; gli va dato merito di essersi messo in discussione e di aver realizzato, ci preme specificarlo, un buon film. Gli appunti che ci siamo permessi di muovere sono, probabilmente, anche influenzati da quello che questo poeta ha suscitato in noi; tuttavia riconosciamo che, certo, delle scelte bisognava farle e non tutti i cineasti avrebbero potuto addentrarsi in una materia così magmatica.
«Ogni volta che cambiamo noi, cambia anche la poesia che andiamo a leggere» – Elio Germano. Chissà, magari accadrà anche per questo film…

Maria Lucia Tangorra

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