Il diritto di opporsi

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Un’altra battaglia per ottenere giustizia per tutti

Il sistema legale e gli sceriffi dell’Alabama contro un avvocato di colore che si mette in testa di cambiare le cose. Non è un’impresa facile per Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), deciso a fare la differenza. Durante il suo praticantato da studente in legge, incontra infatti un uomo condannato a morte che ha la sua stessa età, è anch’esso afroamericano ed è anch’esso cresciuto nel medesimo quartiere. Un quartiere povero. L’esperienza lo scuote così nel profondo che, una volta conseguita la laurea ad Harvard, decide di rinunciare a lavori certamente remunerativi per dirigersi invece in Alabama, con l’idea di fornire assistenza a persone di bassa estrazione sociale e che vengono spesso schiacciate da un sistema fortemente intriso di razzismo e preconcetti. Uno dei primi casi in cui si imbatte è quello di Walter McMillian (Jamie Foxx), che è stato arrestato e condannato alla pena capitale con l’accusa di aver assassinato una diciottenne bianca. Bryan si accorge immediatamente delle incredibili lacune nell’impianto accusatorio, basato principalmente su una raffazzonata e contraddittoria testimonianza di un criminale bianco mentalmente instabile, Ralph Myers (un eccellente Tim Blake Nelson). Quello che appare come un sorprendente errore giudiziario, non è però così facile da smontare come sembra. Il giovane avvocato se la deve vedere con lo sceriffo Tate (Michael Harding) e con il procuratore Tommy Chapman (Rafe Spall), entrambi più preoccupati di preservare l’immagine di uno stato ineccepibile e infallibile nel dispensare giustizia, anche quando manda a morte degli innocenti, meglio ancora se neri. Fondata l’associazione Equal Justice Initiative, aiutato all’inizio dalla sola attivista locale Eva Ansley (Brie Larsen), è tempo di mettersi al lavoro per liberare Walter, ma il tempo scorre e l’esecuzione si avvicina sempre di più. Nel frattempo, le minacce non tardano ad arrivare, sia dalla comunità cittadina che dal pericoloso corpo di polizia locale che, su indicazione di Tate, non esita a terrorizzare e umiliare Bryan ed Eva. E’ solo l’inizio di una battaglia legale difficilissima che durerà molti anni.
Destin Daniel Cretton firma la regia de Il diritto di opporsi, tratto dal libro autobiografico dello stesso Bryan Stevenson che, pubblicato nel 2014, è rimasto per settimane nella classifica dei best-seller del New York Times. Si tratta di un titolo estremamente impegnativo, sia dal punto di vista emozionale che da quello della ricostruzione storica. Parliamo non solo dell’accurato rifacimento del lungo percorso giudiziario, irto di vicoli ciechi, fallimenti e vane speranze, ma anche della capacità di ricreare e dare vita al tessuto sociale e al contesto culturale in cui deve muoversi Bryan. Ci si immerge con efficacia in una realtà fortemente rurale, dove è dura superare chiusure mentali e convenzioni maturate sulla base di antichi squilibri tra bianchi e neri, ricchi e poveri. Si avverte spesso il reale pericolo in cui ci si viene a trovare quando si cerca di smuovere questo monolitico status quo, finendo per avere davvero paura della polizia dell’Alabama, un’istituzione capace di incutere timore nei testimoni che vogliono farsi avanti, di piegare la legge a proprio piacimento e di commettere chiare violazioni ai danni dei cittadini, il tutto senza che nessuno muova un dito. Al netto delle sequenze più romanzate della vicenda, la cui sceneggiatura a tratti scade in qualche passaggio eccessivamente melenso o retorico (una trappola sempre presente in questi casi), si rimane certamente turbati e sorpresi dal modo in cui il diritto, che dovrebbe essere uguale per tutti, può essere impunemente ignorato o plasmato comodamente, soprattutto se a farne le spese sono le classi sociali più povere e più ignoranti, rappresentate in larga parte dalla popolazione di colore. I compagni di Walter nel braccio della morte, Anthony ed Herbert, vivono anch’essi processi e condanne in cui le prove contro sono costruite a tavolino, quelle a favore deliberatamente nascoste e le attenuanti, anche in caso di colpevolezza, apertamente ignorate. E’ chiaro infatti come le storie di Anthony Ray Hinton ( O’Shea Jackson Jr.) e di Herbert Richardson (interpretato dall’ottimo Rob Morgan), siano raccontate nella pellicola proprio perché si intende fornire un quadro più ampio e completo, presentare cioè il caso di Walter non come un’eccezione, ma come un drammatico esempio di difetti per nulla rari nella macchina giudiziaria americana. Sono molti gli interrogativi che il pubblico è chiamato a porsi vedendo questo film, non ultimo quello riguardante il concetto stesso di pena di morte, grazie a una potente e toccante sequenza di esecuzione tramite sedia elettrica.
Oggi la Equal Justice Initiative è ancora attiva ed è diventata, grazie all’infaticabile impegno di Bryan Stevenson, un’istituzione pluripremiata e altamente efficace, con decine di persone al suo interno. Un bel traguardo, considerate le enormi avversità affrontate in questi difficili inizi che ci vengono raccontati. Non cambia però lo scopo di sempre, quello ottimamente rappresentato dal titolo originale Just Mercy (Semplicemente misericordia), ciò di cui hanno bisogno persone come Walter che, come egli stesso dice tristemente in catene, hanno la sventura di “essere colpevoli fin dalla nascita“.

Massimo Brigandì

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