Il corriere – The Mule

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Sull’altra sponda del Fiume

Clint Eastwood e il Cinema. Clint Eastwood è il Cinema. E’ sufficiente un accento in più a dare un senso ad ogni nuova opera girata dal regista californiano, dopo oltre sessant’anni di carriera nel mondo (che fu) della celluloide e quasi cinquant’anni dalla sua prima regia, cioè il thriller Brivido nella notte (1971). L’anziano Clint di tutto ciò è perfettamente consapevole ed usa ogni lungometraggio per sperimentare qualcosa di nuovo, giocare con la materia e, soprattutto, con la propria immagine. Così Il corriere – The Mule è (anche) una commedia, talvolta persino sopra le righe, sulla terza età messa in rapporto ad un mondo in continua e sfuggente evoluzione. O involuzione, secondo i punti di vista. Un’opera in cui Eastwood esorcizza la vecchiaia, la paura di non essere più adeguato alla vita, attraverso una beffarda de-mitizzazione della stessa. Il suo personaggio si abbandona infatti ad ogni piacere possibile, compreso ovviamente quello carnale, ignorando bellamente le quasi novanta primavere sulle spalle.
Earl Stone, questo il suo nome, è un floricultore (!!) costretto a chiudere la propria azienda per la crisi economica imperante. Si ricicla allora come improbabile corriere della droga al soldo di un potente cartello messicano operante in Texas. Quel territorio teatro in passato di tanti western diventa così scenario per un ultimo colpo di coda esistenziale del protagonista. Ma è davvero possibile, ora come ora, scindere la figura carismatica di Eastwood dalla finzione che egli stesso porta sul grande schermo? Certamente no. Se Gran Torino (2008), giusto un decennio prima rispetto a The Mule, sublimava attraverso il sacrificio estremo la figura dell’uomo tutto d’un pezzo costruito da Eastwood in decenni di carriera attoriale, quest’ultima fatica lo rinnega quasi totalmente, facendogli saltare il simbolico fossato per farlo approdare, addirittura, nel mondo del crimine. Quasi un anti-Callaghan, insomma. Un “anarchico” di buon cuore – definiamolo così: il buon Clint non si offenderebbe di certo, adesso – vessato dalle istituzioni che trova nella metaforica altra sponda un modo per continuare a sentirsi vivo, utile. In mezzo c’è poi la consueta componente melodrammatica, esplicitata dai difficili rapporti con la famiglia, segnatamente la ex moglie e la figlia (peraltro interpretata, ulteriore vertigine metatestuale, dalla vera figlia di Eastwood, Alison) che ne rifiuta sin quasi alla fine la presenza, essendo Earl risultato contumace in ogni evento importante della di lei vita.
Non mancano le smagliature, in The Mule. Il ripercorrere con ostinazione certi passi del suo cinema, come appunto le difficoltà nel relazionarsi in famiglia, potrebbe denotare in apparenza un senso di stanchezza, addirittura di inutilità narrativa. E alcuni passaggi della trama sembrano decisamente forzati, specificamente quando si scatena la caccia al “criminale” ignoto alle forze dell’ordine. Ma al contrario Il corriere – The Mule, al di là di una funzionale cornice noir, si dimostra egregiamente efficace ad un secondo livello di lettura, quello ad esempio che vede Earl/Eastwood specchiarsi in una sorta di suo alter ego più giovane, l’agente D.E.A. (Drug Enforcement Administration, una squadra speciale anti-droga statunitense) interpretato da Bradley Cooper; con il quale entrerà prima in empatico contatto, quindi in inevitabile rotta di collisione. Per tacere dell’epilogo squisitamente umanista in senso classico, secondo cui ogni colpa prevede una forma di punizione/redenzione mediante una pena da espiare. Con la delicata, effimera bellezza dei fiori ad aprire e chiudere un film forse “minore”, per capacità penetrativa in un immaginario dallo stesso Eastwood creato, nella filmografia registica eastwoodiana ma comunque ulteriore tassello di una poetica tuttora in pieno divenire. Considerando la classe 1930 dell’autore si dovrebbe parlare ogni volta di un vero e proprio miracolo cinematografico, capace di lasciare ogni stupefatto spettatore in balia della più totale ammirazione.

Daniele De Angelis

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