Il caso Spotlight

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8.0 Awesome
  • voto 8

Spezzare il silenzio

Raramente i venerandi votanti agli Academy Awards sono riusciti, nel corso degli anni, a prendere la decisione giusta, riguardo l’assegnazione delle ambite statuette ribattezzate Oscar. Verdetti troppo spesso decisi da ragioni che esulano la qualità artistica delle opere in questione. La scelta operata quest’anno, quella cioè di conferire a Il caso Spotlight il titolo di miglior film della stagione, è invece per molti versi inoppugnabile. Perché il film diretto da Tom McCarthy (già autore, tra gli altri, del bellissimo L’ospite inatteso, altrettanto quintessenziale) appartiene alla schiera, purtroppo da tempo a forte rischio di estinzione, di quelle creazioni cinematografiche che mettono tutta una serie di talenti al servizio dell’impegno civile, pensando ancora che la Settima Arte possa e debba rendere un servizio sociale di piccola o grande portata – a seconda del tema affrontato – in grado di essere ben visibile oltre la cornice d’intrattenimento necessaria.
Anche grazie al riconoscimento appena menzionato, de Il caso Spotlight si è parlato in tutto il mondo. Ed è stato un bene. Poiché dietro i suoi ritmi classicamente compassati – e tuttavia la struttura narrativa ad imbuto al contrario, partendo cioè dal poco per arrivare al tanto, riesce ad avvincere come una sorta di thriller “interiore” – si cela un’opera tutt’altro che intrisa di facile manicheismo nella descrizione di un mondo che non può essere separato in buoni e cattivi, eroi senza macchia e orchi libidinosi. Semplicemente, nel delicato argomento trattato dal film, si sceglie l’unica prospettiva corretta da cui narrarlo, ovvero la difficoltosa indagine investigativa che vide protagonisti il team di giornalisti del Boston Globe che dà il titolo al film, nel funesto anno 2001 pure per altri motivi, alla prese con il dilagare della pedofilia in ambito ecclesiale nella più importante città del Massachusetts. Una scelta di campo nei confronti della parte giusta, insomma; tenendo ben presente il famoso detto che a lanciare la prima pietra possono essere solo i peccatori. Così nel film emerge senza possibilità di equivoci come qualche anno prima la stessa redazione del Boston Globe avesse tralasciato di approfondire alcune piste che avrebbero condotto, assai probabilmente, ai medesimi, eclatanti, risultati dell’inchiesta successiva. Infatti, a trapelare in maniera evidente dalla visione de Il caso Spotlight, è tanto l’iniziale incredulità nel trovarsi di fronte ad un fenomeno dalla proporzioni così marcate, quanto la profonda verosimiglianza che permea ogni reazione delle parti in causa, persino quella – in teoria vergognosamente parassitaria – degli avvocati privi di scrupoli che si sono arricchiti nel patteggiamento dei numerosissimi casi di molestie.
Tuttavia tutto ciò non basterebbe forse ancora a rendere Il caso Spotlight il grande film che in effetti è. Se non ci aggiungessimo la capacità di mettere in discussione, tra le righe del discorso e perciò in modo persino più efficace, il rapporto tra fede ed essere umano, dalla parte di chi esercita la dottrina cattolica (nello specifico) ed i fedeli che la raccolgono. Giungendo a conclusioni tutt’altro che ecumeniche sulle imperfezioni (eufemismo) umane da un lato e dall’altro, da chi si fa forte dell’abito talare per sfogare in modo malsano i propri istinti repressi ma anche di coloro (la maggioranza?) che abbracciano passivamente i crismi di una religione mettendo in stand by qualsiasi possibilità di giudizio analitico ulteriore. Anche per tali ragioni Il caso Spotlight è un lungometraggio sulla necessità assoluta della memoria. Perché della bellezza si può godere all’infinito ma è dall’orrore che alla fine si può trarre qualche utile lezione. L’importante è riuscire a guardarlo sino in fondo, senza distogliere lo sguardo per un’autodifesa che non ha ragione d’essere. Visto che tutti, carnefici e vittime ma pure omertosi e indifferenti, finiscono con l’essere coinvolti in pratica allo stesso livello in vicende che, al contrario di un film, non avranno mai fine. A qualsiasi latitudine esse avvengano.
Una buona occasione per vedere e rivedere (dunque ricordare…) Il caso Spotlight è allora fornita da un’ottima versione home video editata dalla BIM in collaborazione con 01 e RaiCinema, ricca di contenuti speciali tra cui spicca la featurette intitolata “Tutta la verità”, che mostra i veri componenti della squadra giornalistica che ha reso possibile l’emersione di fatti drammatici per troppo tempo sepolti sotto una coltre di nebbia indotta. Nonché approfondite interviste al regista e all’intero cast (da Michael Keaton a Rachel McAdams, da Mark Ruffalo a Stanley Tucci) in autentico stato di grazia, tutti estremamente motivati nel fare de Il caso Spotlight, come si diceva, purissimo cinema di servizio verso il pubblico. Nella migliore tradizione di opere anni settanta quali ad esempio Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, sul Watergate. Periodo durante il quale la Settima Arte riusciva a perseguire con successo i propri obiettivi etici, anteponendoli al resto. Per questo è caldamente auspicabile che Il caso Spotlight non resti solamente una mosca bianca a volare in un sottovuoto (culturale) spinto.

Daniele De Angelis

Il-caso-Spotlight-BR-coverIl caso Spotlight
Regia: Tom McCarthy USA, Canada 2015 Durata: 129′
Cast: Michael Keaton, Rachel McAdams, Mark Ruffalo
Lingue: DTS HD Italiano, DTS HD Inglese
Sottotitoli: Italiano  Formato: 2.35:1
Extra: Tutta la verità, Dentro Il caso Spotlight, L’importanza del giornalismo d’inchiesta. Interviste a Tom McCarthy, Mark Ruffalo, Stanley Tucci
Distribuzione: BIM con RaiCinema e 01 Distribution

 

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