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I recuperanti

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VOTO: 8

Elegia del Dopoguerra

Si può facilmente perdere il conto, enumerando i tanti appuntamenti degni di nota del Bergamo Film Meeting, festival che anche durante la quarantunesima edizione ha avuto nelle retrospettive un indiscutibile punto di forza. In tutto ciò ha saputo inserirsi autorevolmente la programmazione di “Bergamo Brescia Capitale della Cultura 2023“, che alla FIC – Federazione Italiana Cineforum aveva intanto ispirato il ciclo di eventi ribattezzato Cinema al cuore. Di tale progetto fa parte quella Prospettiva Olmi inaugurata proprio al 41° BFM e destinata poi ad avere altre tappe, in differenti contesti localizzati nel bergamasco come anche nel bresciano. Per quanto riguarda questo primo blocco di opere abbiamo visto o rivisto volentieri sia lavori cinematografici che da svariate angolazioni omaggiano la poetica olmiana o che sono usciti fuori dalla feconda esperienza di Ipotesi Cinema, sia pellicole del Maestro assolutamente da riscoprire, in quanto meno viste di altre. A tal proposito il recupero de I recuperanti (ci si perdoni qui l’innocente gioco di parole) si è dimostrato particolarmente commovente, intenso.

Tale pellicola, girata nel 1970, investe il “reducismo” post-bellico di un’aura tanto triste quanto fiera, rivestita di dignità umana e ad alta densità emotiva. Non a caso I recuperanti era stato sceneggiato da Olmi assieme a Tullio Kezich e, soprattutto, Mario Rigoni Stern: chi ha letto i romanzi di quest’ultimo, in particolare Il sergente nella neve e Storia di Tönle, sa benissimo quanto certi temi fossero cari allo scrittore di Asiago, una delle più ispirate penne italiane a detta di Primo Levi, con un passato da Alpino nella Seconda Guerra Mondiale e tanti ricordi drammatici, dolorosi, accumulati soprattutto durante la ritirata delle forze dell’Asse sul Fronte Orientale.
Non diversamente il protagonista del film, Piero (Andreino Carli), è un giovane reduce dalla campagna di Russia che nel tornare finalmente a casa, sull’Altopiano di Asiago, dovrà affrontare scelte di vita sofferte e innumerevoli problemi. Tra i più gravi, senz’altro questi: la disoccupazione che sta spingendo il fratello minore e tanti altri giovani a emigrare in Australia o comunque all’estero. Gli equilibri familiari minati dalla lunga assenza, col padre che alla morte della loro madre naturale si è voluto risposare con una paesana parecchio più giovane. L’imbarazzo di Pietro nell’accorgersi che invece, in un quadro economico così disastrato, le nozze con la storica fidanzata Elsa (Alessandra Micheletto) appaiono sempre più lontane. E più in generale la difficoltà di chi è stato in guerra con l’uniforme italiana o con i partigiani sulle montagne a rinserirsi nella vita sociale; specie sotto il profilo lavorativo, laddove le istituzioni si dimostrano spesso sorde alla possibilità di offrire incentivi o di accettare iniziative estranee alla rigida burocrazia statale.

Ermanno Olmi concretizza tali temi in una narrazione secca, non priva però di slanci lirici, specie quando è di scena il personaggio di Du (Antonio Lunardi), un anziano dai modi bizzarri che dà spesso scandalo giù in paese e che riesce a guadagnare denaro più che sufficiente alla propria sopravvivenza, attraverso il recupero di materie prime dai tanti residuati bellici presenti nella zona, in particolare quelli scavati nelle trincee e nei camminamenti della Prima Guerra Mondiale. Un’attività cui sono dediti, del resto, diversi compaesani finiti disoccupati. Solo che ogni tanto qualcuno ci rimette la vita o resta invalido, per colpa di qualche bomba inesplosa trattata senza le giuste precauzioni…

Con piglio semi-documentaristico Ermannno Olmi riesce ad illustrare sapientemente il contesto, facendo dialogare la dimensione antropica, il radicato senso della comunità e le così stringenti problematiche sociali con la forza dell’elemento naturale, tanto rilevante e dall’impronta persino sacrale, in una cornice di alta montagna come quella descritta. Il risultato, complice l’assoluta naturalezza degli interpreti, è un altro tassello di quella vocazione umanistica mai banale e dalle sfaccettature profonde, spesso amare, che ha caratterizzato il percorso registico di un Maestro come Olmi dagli esordi fino alle ultime opere.

Stefano Coccia

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