I predatori

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6.0 Awesome
  • voto 6

Padri come predatori nel film d’esordio di Pietro Castellitto

Sul lido di Ostia un’anziana signora viene derubata da un venditore di orologi. Al centro di Roma un giovane laureando medita la sua vendetta per il torto subito da un professore. Una sottilissima linea lega questi due destini e da origine alla storia.
I Predatori, premiato nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia come miglior sceneggiatura e in sala dal 22 ottobre, è l’opera prima di Pietro Castellitto, e, come ogni opera prima – afferma il regista – diventa un testamento. Gli elementi caratteristici del film d’esordio del resto risultano ben visibili: il più prorompente è forse quel desiderio irrequieto di raccontare tutto, generato dalla paura di non raccontare abbastanza. Linee narrative si intrecciano, il ritmo lascia il posto a uno sguardo ambizioso, la storia diventa un grande “contenitore” dell’autore (nel senso più morettiano del termine: Castellitto scrive, dirige e interpreta il suo stesso film). Ma soprattutto, rivelatrice di uno sguardo acerbamente giovane, è quella visione delle cose che non ammette ombre e sfumature. Esiste il male ed esiste il bene. Esistono i buoni e i cattivi. Le prede e i predatori. Non c’è alcun punto di incontro, né di comunicazione tra queste due parti. Esse sono congiunte solo da un opprimente senso di solitudine, il quale nasce dalla noia borghese e raggiunge la disperazione proletaria. Tutti i personaggi che portano avanti (più o meno con credibilità) la propria battaglia, sono irrimediabilmente soli, uniti a tratti dalla ricerca di un riscatto. Le due famiglie del film, i cui percorsi collidono rumorosamente, sono, nel mezzo di questo deserto, simboli di universi distinti, lontani, spesso stereotipati e macchiettistici. In questo conflitto Castellitto manifesta con chiarezza il suo giudizio, e mentre per il mondo borghese non vi è remissione, quello proletario, costruito sugli echi della commedia all’italiana, suscita affetto e simpatia.

La famiglia di Carlo è così perdonata dallo spettatore, nonostante il figlio minorenne che maneggia armi da fuoco, lo zio criminale e quelle croci celtiche che fanno da sfondo per l’intera durata del film. Il fascismo non è più ideologia, bensì un principio di caratterizzazione, tanto che il regista arriva a paragonarlo all’“aposematismo”: “la colorazione della pelle di animali velenosi che rimane anche quando questi perdono il loro veleno”. Esso passa in secondo piano, diventa lo sfondo di personaggi che agiscono nel bene poiché mossi da un sentimento d’amore. La periferia appare così come lo spazio più reale e onesto, mentre il mondo del salotto intellettuale si caratterizza piuttosto come un teatro dell’assurdo, mosso dall’inerzia e dalla noia. Un mondo che non ha più nulla da raccontare, come suggerisce il film nel film La guerra lenta, di Ludovica Pensa.
La critica mossa al cinema dei “padri” d’altronde si fa più volte esplicita(in una scena il giovane Federico arriva ad utilizzare un David di Donatello per rompere il suo salvadanaio) e diventa parte più grande di uno scontro generazionale, reso quasi didascalico dal dialogo inscenato dal regista stesso: “c’è una generazione in cui i figli erano più stronzi dei nonni, la stessa generazione che pretende che i loro figli non siano ugualmente stronzi…”.
L’eredità dei padri grava fortemente sulle spalle di Castellitto figlio, che da essi ha sicuramente ereditato quella visione dei rapporti familiari destrutturante e talvolta cinica. La voce giovane assume le sembianze di un urlo, di uno sfogo, di una canzone di rabbia rappata in un ritrovo familiare (come quella della giovane Marie dedicata alla nonna che compie gli anni). E molte delle scene messe in atto dal regista sembrano, in più parti, quasi una risposta a tono a La bellezza del somaro, film che Castellitto padre dirigeva giusto dieci anni prima. Come oggi, anche allora regnava nell’equilibrio precario della famiglia borghese l’incapacità di comunicare se non attraverso gesti estremi. Oggi però quell’incapacità non è più dei genitori, bensì dei figli. Figli che si agitano, si dimenano e si contorcono in cerca della propria libertà, o forse solo alla ricerca di approvazione da parte dei padri stessi. Figli che uccidono filosoficamente (la bomba sulla tomba di Nietzsche) o che sono costretti a uccidere (lo sparo del piccolo Cesare). In definitiva, tra i predatori e le prede, sono proprio i figli le ultime vittime.

Silvia Campisano

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