I Never Cry

0
7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Tutto su mio padre

Alcuni di voi ricorderanno la Carolina di Ride, l’opera prima di Valerio Mastandrea, una donna rimasta sola, con un figlio di dieci anni a cui badare, che ha perso il marito in un incidente sul lavoro e non riesce a versare nemmeno una lacrima nei giorni che precedono il funerale. Le stesse lacrime che non riesce a versare neppure la protagonista di I Never Cry, seconda fatica dietro la macchina da presa dell’attore e regista polacco Piotr Domalewski, quando apprende della morte del padre in un un cantiere edile a Dublino. Ola è un’adolescente schietta e coraggiosa che aiuta la madre a prendersi cura del fratello disabile, ha una passione per le auto e vuole diventare una tassista. Il decesso del padre però ne frena bruscamente i piani, perché toccherà a lei recarsi in Irlanda per riportare il corpo in Polonia. Ma una volta arrivata lì, si rende conto che non sarà un compito facile, poiché dovrà fare i conti con imprevisti, scoperte e soprattutto con la burocrazia.
Sinossi alla mano è piuttosto semplice tracciare un identikit tematico e drammaturgico di I Never Cry, presentato nel concorso lungometraggi del 32° Trieste Film Festival (kermesse dove con Sixty Kilos of Nothing ha vinto il concorso cortometraggi alla 29esima edizione) dopo la positiva accoglienza ricevuta l’anno scorso al Festival di San Sebastian. Alcuni dei temi trattati come i legami familiari, il rapporto genitore-figlio, l’elaborazione del lutto e per via traverse il dramma delle morti bianche (al quale si aggiunge in questo caso anche il fenomeno dell’emigrazione economica di massa successivo all’entrata della Polonia nell’Unione Europea), legano con un filo diretto la pellicola di Domalewski a quella del collega romano. Questi vengono trattati con rispetto e profondità dal regista polacco, senza scivolare mai nelle sabbie mobili della retorica e della superficialità. Il ché lo porta a scavare in profondità attraverso le dinamiche tra i personaggi, la loro caratterizzazione tridimensionale e l’impatto emotivo che gli eventi hanno su chi li vive. E lo fa con la sobrietà che ricorda i fratelli Dardenne mista all’ardore di un Ken Loach quando descrive le condizioni di vita e le difficoltà quotidiane dei ceti meno abbienti.
In I Never Cry l’autore affronta il dramma familiare passando per il romanzo di formazione, per la precisione per un capitolo chiave di esso che vede l’adolescente di turno impegnata in un momento di svolta, quello del passaggio all’età adulta. Un passaggio delicato, questo, che Domalewski racconta scegliendo una chiave intima e un registro intriso di un umorismo nero che dà speranza. Il tutto senza mancare mai di rispetto al fine di restituire sullo schermo una metafora più ampia di ciò che vivono le persone quando si confrontano faccia a faccia con una tragedia come quella di una figlia che perde il padre che vive a km di distanza da casa.
Il viaggio diventa dunque un’occasione di crescita personale, ma anche di (ri)scoperta nei confronti di un genitore. Su questi due binari paralleli, destinati poi a convergere strada facendo sino a un epilogo particolarmente toccante che la lacrima la fa scendere in primis allo spettatore, si muove una scrittura che fa della vicinanza ai personaggi, in particolare a quello principale di Ola, il proprio motore portante e punto di forza. Una scrittura e una trasposizione che dimostrano un grandissimo amore nei confronti della protagonista, qui interpretata da una giovane attrice di straordinario talento di nome Zofia Stafiej, della quale siamo sicuri sentiremo molto presto parlare.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

diciannove + 1 =