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I morti rimangono con la bocca aperta

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VOTO: 7.5

La guerra, d’inverno

Come era facile preventivare, Fabrizio Ferraro è rimasto saldamente ancorato al proprio modus operandi cinematografico anche con questo I morti rimangono con la bocca aperta, presentato nel concorso Progressive Cinema alla Festa del Cinema di Roma 2022. A cui già in partenza dovrebbe spettare la vittoria almeno per il titolo maggiormente originale ed evocativo.
Un gruppetto di quattro partigiani, durante la fase terminale del Secondo Conflitto Mondiale, vaga per l’Appennino centrale gelido ed innevato. Sono inseguiti dai nemici. Lungo l’impervio cammino incontrano una ragazza, che ritengono potrebbe essere una spia collaborazionista dei fascisti.
Girato in un bianco e nero dove il bianco della neve provoca un simbolico sfuocamento in modalità flou, peraltro estremamente funzionale, I morti rimangono con la bocca aperta è un’opera sul (non) senso dell’attesa, sulla dilatazione del tempo diegetico. Si potrebbe dividere in tre parti distinte, come una moderna tragedia classica arrivata sino a noi riflettendo sul passato per interpretare, in qualche modo, il nostro confuso presente. Nella prima assistiamo al disperato tentativo dei quattro di proteggersi dal freddo pungente. La parola, quella stessa ultima parola che i colpiti a morti non riescono a profferire, uccide in maniera ancora più dolorosa delle armi. Perché più infida e traditrice. Colma di rimpianti. Dialoghi incessanti, su un’esistenza come sospesa in quel tragico periodo, fanno da cuore pulsante ad un lungometraggio che pare corrispondere appieno alle disquisizione filosofiche che Ferraro mette in scena in ogni suo lavoro. D’improvviso irrompe l’azione. Attraverso una lunghissima sparatoria iniziata da un nemico invisibile che miete vittime tra i personaggi che stiamo imparando a conoscere, con tutte le rispettive debolezze, paure e forzati atteggiamenti di superiorità. I campi lunghi spesso utilizzati da Ferraro sottolineano ulteriormente l’atipico umanesimo del regista, impegnato a rimarcare una grande empatia nei confronti di “piccoli” esseri umani coinvolti, come anche oggi purtroppo accade, in vicende assai più grandi di loro, costretti da insensati ordini superiori. Si combatte per gli ideali, afferma uno dei partigiani. Non per sovrastare o uccidere il nemico, ma per riaffermare un senso di giustizia morale. Subito messo alla prova nel corso del terzo segmento, quello dell’incontro con la giovane che il leader del gruppo partigiano – meglio, di ciò che è rimasto del nucleo originario – è convinto possa essere complice della parte avversa. Sarà dunque giustiziata sul posto, accompagnata in modo coatto per un processo sommario oppure lasciata andare? Nell’epilogo è racchiuso il senso dell’intero film, opera nella quale il nostro passato che troppi ormai tendono a dimenticare trova un pertugio per arrivare ai nostri giorni. Mettendo in scena in modo molto più che efficace l’esigenza del supporto reciproco, indispensabile se si vogliono superare momenti bui al pari di quello raccontato da I morti rimangono con la bocca aperta. Opera senz’altro ostica, non fruibile da uno sguardo in cerca di dinamismo e spettacolarità, ma senz’altro valido testimone della possibile esistenza di un altro cinema, in tutto e per tutto tanto complesso quanto speculativo.

Daniele De Angelis

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