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I Don’t Wanna Dance

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VOTO: 8

L’olandese danzante

Arriva dai Paesi Bassi il vincitore della 3a edizione dell’Hip Hop Cinefest – sezione Fiction Feature: I Don’t Wanna Dance di Flynn Von Kleist, perfetto mix di musica ed intenso racconto familiare.

Da uno script di Jeroen Scholten van Aschat, il regista ricrea la vera storia del protagonista, la star nascente della danza Yfendo van Praag, condendola con elementi di finzione senza perderne il significato. Il giovane Yfendo diventa così Joey, quindicenne con problemi di gestione della rabbia e di autocontrollo dovuti ad una situazione familiare tutt’affatto particolare, che realizza se stesso attraverso l’hip hop. Il film è l’estensione del cortometraggio del 2018 Crows Nest, che annovera eguali regista ed interpreti; ne amplia il soggetto e la scena d’azione, aggiungendo la musica come ingrediente principale.

Joey/Yfendo ha 15 anni ed è in affido, con il fratello minore Ricardo (Eliyah de Randamie), agli zii da due anni quando finalmente l’assistente sociale Frouwkje (Lilith Vermeulen) comunica al ragazzo che possono tornare a vivere con la madre Daphne (Romana Vrede); ma la felicità iniziale si scontrerà ben presto con la quotidianità di una famiglia a pezzi (l’arrivo inatteso del fratello maggiore Roy contribuisce ad inasprire la situazione) ed una madre egoriferita, manipolativa ed autodistruttiva, dipendente da marjuana e frequentatrice abituale dei coffee shops della capitale. La sola via di fuga per Joey è la classe di danza del locale centro sociale, tutorata da Julian (Sean William Bogaers); dopo un inizio difficile, troverà qui il suo posto e l’amore, Roxane (Chardonnay Vermeer), che lo traghetteranno verso la scelta giusta per la propria felicità.

Quella di Yfendo/Joey è una storia di vita comune eppure unica; ben costruita sopra un fondamento di verità e positiva nel messaggio trasmesso ai giovani, nello specifico quelli che seguono il protagonista e la musica hip hop, ma non solo. Un messaggio che parla di responsabilità e dei pericoli dell’abuso di droga anche leggera, di quanto sia difficile a volte fare la scelta giusta, dell’importanza di seguire i propri sogni e cercare di realizzarli; il Joey attaccabrighe dei primi frames del film cresce e matura nel corso dell’opera, prende coscienza di chi è e dell’autolesionismo materno che lo sta portando verso l’abisso, trova infine il coraggio di cercare aiuto fuori di sé. In tutto questo, la musica ed il ballo sono parte integrante del percorso; non puramente decorativi ma piuttosto il cuore e l’anima della rinascita di Joey/Yfendo, che nella realtà ora vive con il padre. Merita dunque la nostra menzione la musica di Terence Dunn, cui aggiungiamo quella per la fotografia di Tim Kerbosch e per l’intero cast, dal protagonista alla madre sino all’intero corpo di ballo, fondamentale per un film hip hop.

Michela Aloisi

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