I diavoli

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9.0 Awesome
  • voto 9

Le mura di Loudun

Effettuare una rilettura post-mortem del cinema di Ken Russell potrebbe apparire procedimento quantomai ozioso, tali e tante sono state le definizioni che hanno provato a descrivere l’approccio alla Settima Arte del cineasta britannico. Scandaloso, eretico, barocco sono state soltanto alcune delle aggettivazioni attraverso le quali si è tentato di dare una lettura “alta” ad opere – non tutte quelle della filmografia del regista nativo di Southampton, per la verità; ma certamente un buon numero… – che spesso hanno usato una deflagrante visionarietà cinematografica come strumento per scardinare definitivamente l’ipocrisia ed il perbenismo borghese. Oggi come oggi sarebbe forse meglio adottare un termine come coraggioso; ben consapevoli che non è il mondo descritto da Russell, a dispetto degli anni trascorsi, ad essere mutato, bensì la generosità dello sguardo dei cantori, cioè di quegli artisti che dovrebbero, nel cinema al pari delle altre arti, porre l’accento su quelle che sono le persistenti zone d’ombra di una società ormai talmente globalizzata da risultare omologata in quasi ogni proprio ambito.
Correva dunque l’anno 1971 quando Ken Russell, dopo la duplice esplorazione sentimentale – ovviamente condotta secondo i propri particolarissimi e riconoscibili stilemi – di Donne in amore e L’altra faccia dell’amore, realizza quella che è la sua pellicola più celebre, ovvero I diavoli. Un’opera presentata alla Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno ed immediatamente tacciata di blasfemia, per la programmatica intenzione di porre al centro della narrazione le numerose contraddizioni (eufemismo) ecclesiastiche presenti, passate e future per l’occasione dissimulate sotto le spoglie della Chiesa francese del XVII secolo, periodo di ambientazione dell’opera. Tratto liberamente dal lungimirante romanzo di Aldous Huxley I diavoli di Loudun, il film scritto e diretto dal cattolico – particolare tutt’altro che insignificante, come facilmente comprensibile – Russell presenta immediatamente allo sguardo spettatoriale un quadro apocalittico di devastazione sia fisica che soprattutto morale. Nella cittadina omonima, enclave religiosa a sé stante nel regno retto da Luigi XIII, imperversa la gestione del potere dell’arrogante e lussurioso Padre Grandier, mentre una forma di pestilenza assai simbolica continua a mietere vittime su vittime. Interviene il potere temporale della Chiesa – personificato dalla viscida figura del Cardinal Richelieu – e le cose sono destinate persino a peggiorare, con uno scarto diegetico che conduce I diavoli verso il campo minato dell’horror politico nel senso più puro e letterale della parola. Permeato, come sovente accaduto per capolavori in grado di resistere spavaldamente all’usura del tempo, di un pessimismo capace di sfiorare il nichilismo più assoluto, I diavoli ha lo straordinario merito di descrivere con assoluta precisione la radice di ogni male umano, cioè la “perfetta” saldatura tra potere politico e dogmatismo religioso. Una compenetrazione che ha storicamente dato vita a pagine (tristemente reali) così oscure della storia dell’umanità da far sembrare le parossistiche visioni di cinema puro orchestrate dalla regia di Ken Russell – con la decisiva collaborazione dell’allora nemmeno trentenne scenografo Derek Jarman, in seguito cineasta capace di ardite operazioni di alto e riconosciuto livello artistico – quasi una sorta di supremo sberleffo verso qualsiasi forma di dittatura calata dall’alto. E tuttavia il discorso portato avanti da Russell ne I diavoli è ben più sfaccettato di una semplice invettiva, sia pur condita da una sferzante ironia: la parabola narrativa del personaggio di Padre Urbano Grandier – impersonato dalla leggendaria maschera di un camaleontico Oliver Reed – si tinge di profonda spiritualità nel suo passaggio da protervo amministratore di un circoscritto e meschino potere a vittima cristologica di un meccanismo enormemente più grande di lui, che lo fagocita senza pietà alcuna nel “sacro” nome di una propaganda pseudo-religiosa incapace di conoscere qualsiasi ritegno. Sarebbe sufficiente accostare idealmente – come del resto fa Ken Russell nel mirabile montaggio alternato nel momentum cinematografico maggiormente significativo de I diavoli – l’epifania eucaristica del personaggio di Grandier in luogo solitario al sabba selvaggio con tanto di delirio orgiastico e stupro del Cristo crocefisso (1) perpetrato nella casa del Signore di Loudun, per comprendere senza possibilità di equivoci come le intenzioni di Russell siano anche, oltre ad una sana volontà provocatoria che possa fungere da stimolo alla riflessione, quelle di raccontare la indivisibile duplicità della natura umana, inesorabilmente sospesa tra insopprimibile carnalità e desiderio di scavo interiore. Un ragionamento teorico di insondabile profondità filosofica che trova assoluta e perfetta simbolizzazione nella figura di Sorella Jeanne, madre superiora la cui deformità fisica (la gobba) e l’aderenza alle rigide regole della vita in clausura costituiscono al contempo specularità metaforica nonché stridente e dilaniante contrasto con gli impulsi sessuali da lei provati e inutilmente soffocati nei confronti di Padre Grandier. Un personaggio destinato a vivere per sempre nella memoria cinefila grazie alla performance indimenticabile di una straordinaria Vanessa Redgrave, le cui visioni più o meno oniriche continuano a rappresentare ancora oggi alcuni dei momenti più alti del cinema felicemente urticante firmato da Ken Russell. Un artista spericolato la cui recente scomparsa costringe tutti, cinefili e non, a porci la fatidica domanda: il lungometraggio intitolato I diavoli è da considerarsi frutto irripetibile di un determinato periodo storico – la distanza dal fatidico Sessantotto è così maledettamente breve… – oppure sarebbe possibile girarlo ancora, in un nuovo millennio il cui grigiore socio-culturale potrebbe persino rivalutare la parte conclusiva del secolo da poco estinto? Una questione centrale che, ragionandoci sopra, diviene un puro esercizio di retorica; perché la risposta è ben conosciuta da tutti coloro che si pongono il poco amletico dubbio. Consapevoli però che se un uomo del calibro di Ken Russell avesse per assurdo vissuto ora gli anni di maggiore fecondità artistica, avrebbe di certo tratto continua linfa per la sua ispirazione anche e soprattutto da fatti emersi di recente nello stato denominato Vaticano. Come a dire che i corsi ed i ricorsi della Storia continuano a rincorrersi quasi allo stesso modo di un cane che tenta, inutilmente, di mordersi la coda. E proprio per tale motivo, assieme a molti altri, la provocazione intellettuale di Ken Russell ci manca ogni giorno di più…

Daniele De Angelis

NOTE
1 – In una delle molteplici sequenze originariamente tagliate nel primo montaggio de I diavoli, e solo di recente in parte reintegrate in una nuova edizione in dvd del film curata dal British Film Institute.

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