I Cavalieri dello Zodiaco – La leggenda del grande tempio

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5.0 Awesome
  • VOTO 5,5

Dal settimo senso alla settima arte

Vi era una certa curiosità, all’anteprima del film, non solo per vedere se il Cosmo dei Cavalieri si sarebbe espanso fino a raggiungere il settimo senso. Ma anche per vedere se si sarebbe espanso abbastanza, da raggiungere la settima arte. Ci si chiedeva questo, insomma: che effetto potrà mai fare, a distanza di circa dieci anni dall’ultima missione nei territori dell’audiovisivo, l’approdo sul grande schermo dei Cavalieri dello Zodiaco? Inutile girarci troppo intorno: la delusione ha prevalso. Un film come I Cavalieri dello Zodiaco – La leggenda del grande tempio può risultare a tratti divertente, anche bizzarro nella rielaborazione dei contenuti originari, ma quel suo distorcere estetica ed etica dello storico manga, così come delle precedenti serie animate, alla lunga è risultato pretestuoso, sfiancante. “Scherza con i fanti ma lasciare stare Saint Seiya”, direbbe al posto nostro il più intransigente dei fan. Noi non ci spingiamo così in là, anzi, preferiamo tenere una posizione mediana, rispetto alla questione della fedeltà all’originale. Ma questo va spiegato per gradi.

Tradire è un po’ morire? Assolutamente no. Negli ultimi anni gli omaggi e le rivisitazioni dei classici dell’animazione giapponese si sono moltiplicati a dismisura. E in altre occasioni, di fronte all’ipotesi di un calco fedele, abbiamo preferito di gran lunga quelle intuizioni che portavano a stravolgere il prototipo, sul piano iconografico e/o diegetico, mantenendo però qualche segno di continuità con la tradizione. L’esempio più valido, in tal senso, è ancora oggi l’ambizioso lungometraggio live action di Kazuaki Kiriya, Kyashan – La rinascita: visionario e non adeguatamente compreso capolavoro del cinema giapponese, il film risultava liberamente ispirato al famoso cartone animato Kyashan il ragazzo androide. Ci si era qui assestati su livelli altissimi. Ma anche nel caso del Capitan Harlock di Shinji Aramaki il tono molto più dark e crepuscolare del racconto aveva saputo combinarsi bene, alla faccia dei puristi, col veder rivisitate in un’animazione 3D le peripezie, così drammatiche, del celeberrimo pirata dello Spazio. Considerando che pure questa nuova operazione cinematografica è un parto della Toei Animation Company, cos’è che stavolta non ha funzionato? Cos’è che con ogni probabilità farà storcere la bocca ai cultori del popolarissimo anime?

A nostro avviso il lungometraggio diretto da Keiichi Sato qualcosa finisce per regalare, sul piano della spettacolarità pura e del divertimento. Ne I Cavalieri dello Zodiaco – La leggenda del grande tempio non sono tanto la computer grafica o la trasformazione subita dal character design dei personaggi a disturbare, quanto piuttosto l’utilizzo di scorciatoie narrative al limite dell’insensatezza. Certo, non era facile riadattare un materiale narrativo fondato sul progressivo svelarsi, nel corso di diverse puntate, del carattere e delle vere potenzialità dei Cavalieri protagonisti. Ma ci sono alcuni eccessi di sconclusionatezza che si potevano e si dovevano comunque evitare.
Al contrario, il fatto di collocare il Grande Tempio e le fatidiche 12 case non ad Atene, come nell’originale, bensì in un immaginifico scenario sospeso nel cielo, è un’idea sfiziosa che qualche suggestione scenografica strada facendo riesce pure a crearla; così come il modo in cui Cavalieri d’Oro e di Bronzo sfoggiano i loro colpi, il proprio stile, sebbene qualche eccesso di “tamarraggine” sia anche qui censurabile. A partire dall’inedito e modaiolo piercing sul labbro di Ioria del Leone, volendo. Stessa cosa per gli intermezzi ludici che definiscono il rapporto tra Pegasus, Crystal e gli altri cavalieri: di questi momenti qualcuno può risultare simpatico, per i modi un po’ burloni esibiti dai protagonisti, ma nell’insieme il sommarsi di tali atteggiamenti allontana troppo dal registro epico cui gli spettatori erano abituati, imponendo forzatamente un “mood” simile a quello di serie animate più recenti.

Per non parlare poi del pastrocchio che si viene a creare con i Cavalieri d’Oro, durante l’assalto alle 12 case. Sono rari i casi in cui la ridefinizione dei soggetti implicati risulta qui veramente godibile: un’eccezione può essere rappresentata, questioni di gusto personale, dalla negatività di Cancer resa molto più grottesca a colpi di musical e di istrionismo spinto. Ma le accelerazioni che subisce il racconto dalla seconda casa in poi sono per il resto deleterie. Fish sacrificato come un pesciolino qualsiasi. Virgo tramutato da essere altezzoso e spietato a provvidenziale deus ex machina. Libra citato di sfuggita e relegato quindi nell’oblio di un eterno fuori campo. Ma, colpa ben più grave agli occhi dei veri appassionati, il potenziale distruttivo del Cavaliere di Gemini risulta amplificato a dismisura producendo così una figura completamente disumana, ma senza accenni alle ambiguità caratteriali e al tormento interiore del personaggio se non in un’ultimissima scena, che risulta così quasi incomprensibile oltre che patetica.
Glissiamo pure su altre cose, per non spoilerare troppo. La conclusione è pertanto che, al momento di concepire ed elaborare lo script, chi ha partecipato a una simile operazione vi si poteva dedicare con un po’ più di discernimento, empatia e magari anche rispetto, nei confronti di coloro che i Cavalieri dello Zodiaco li hanno amati sin dall’infanzia.

Stefano Coccia

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