Hunters

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7.0 Awesome
  • voto 7

Cacciatori di nazisti in una New York da fumetti

E’ l’estate del 1977 a New York, l’estate dei delitti del figlio di Sam.
E’ una città in crisi, dove i quartieri popolari scoppiano, le bande imperversano e la droga circola senza problemi. La polizia, in carenza di organico e sotto scacco continuo dalla criminalità, non sembra avere il tempo per risolvere l’omicidio di una vecchia ebrea, la signora Heidelbaum, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. Il nipote Jonah (Logan Lerman, già interprete principale nei film della serie Percy Jackson), sembra avere una mente geniale nonostante cerchi solo di arrabattarsi con la vendita di eroina e, preso dalla frustrazione, decide di indagare per proprio conto. Nel farlo, incrocia la strada di Meyer Offerman (Al Pacino), un uomo ricchissimo che sostiene di aver conosciuto la nonna di Jonah già dai tempi della Shoah e che, evidentemente, è più di quello che dichiara di essere. Mentre le ricerche del colpevole proseguono con sorprendente profitto, una scienziata della Nasa viene misteriosamente uccisa a Cape Canaveral con un sistema macchinoso che insospettisce la detective Millie Malone, sicura di trovarsi di fronte a qualcosa che va oltre il mero omicidio e che, invece, sembra celare una vendetta molto personale.
Partono da qui i filoni narrativi della nuova serie targata Amazon Studios Hunters, tracce che andranno inesorabilmente ad incrociarsi mentre Jonah viene a conoscenza di due incredibili fatti: molti gerarchi e alti ufficiali nazisti sono fuggiti dopo la seconda guerra mondiale, vivono ora in America un’esistenza normale sotto insospettabili mentite spoglie e, se questo non fosse già sconvolgente, esiste una squadra di persone altrettanto insospettabili che ha deciso di dargli una caccia senza tregua. E sua nonna ne faceva parte.
David Weil, per la prima volta creatore, sceneggiatore e produttore, realizza una storia che, dopo i due episodi che abbiamo potuto valutare in anteprima, ha molte qualità e altrettanti punti che lasciano più perplessi. Staremo a vedere quali prevarranno alla fine della prima stagione che, in partenza dal prossimo 21 febbraio, si sviluppa per dieci episodi, in onda uno a settimana.
Per sua stessa ammissione, l’idea di Weil è quella di creare qualcosa che somigli ad un gruppo di “supereroi ebrei” contro dei “supercattivi” pronti a rifondare il quarto Reich nientemeno che negli Stati Uniti. Ascoltando da piccolo i racconti di sua nonna, anch’ella sopravvissuta ai campi di concentramento, egli aveva infatti immaginato questi prigionieri come fulgidi paladini sul campo, impegnati in uno scontro mortale tra il Bene e il Male. Avido lettore di fumetti supereroistici, ha sempre portato con sé questo tipo di visione, una impostazione che si evince senza ombra di dubbio nella sua nuova creazione.
Certamente quello che immediatamente colpisce, vista la precisa collocazione storica, è la grande cura degli ambienti, dell’oggettistica, della ricostruzione quasi maniacale che si vede in ogni inquadratura. Non solo la fotografia, che imita ottimamente quella della fine degli anni ’70, ma anche il modo in cui viene usata la cinepresa sembra volerci far fare un efficace salto indietro nel tempo (come l’uso delle grandi scritte in sovraimpressione che ci indicano a tutto schermo le location in cui ci spostiamo). Il merito va anche al regista del lungo episodio pilota Alfonso Gomez-Rejon, che ha già firmato alcuni episodi di Glee ed è stato più volte nominato agli Emmy per il suo lavoro su American Horror Story. Ci sono dettagli notevolmente interessanti, delle “chicche” sparse un po’ ovunque e un po’ per tutti. L’estate del ’77 è stata per esempio particolarmente rovente, com’è noto, ed ecco quindi comparire molti abitanti dei sobborghi newyorkesi che cercano di scappare alla calura stesi sui tetti a prendere il sole. O ancora una bambina entrare in un negozio di giocattoli e chiedere la Barbie “Superstar”, probabilmente il modello più iconico della celebre bambola, che ha debuttato appunto in quell’anno con enorme successo.
Quello su cui ci si ritrova a riflettere, è proprio l’impostazione del prodotto, che sembra miscelare forse con troppa superficialità scene di estrema crudeltà perpetrata dai nazisti, a momenti in cui il taglio fumettistico prende il sopravvento, rischiando di rendere caricaturale uno dei momenti più atroci dell’umanità. I riferimenti a certi sottogeneri cinematografici molto popolari all’epoca, come il filone del kung-fu o quello della “blacksploitation” sono tecnicamente perfetti, ma i tagli decisamente e ostentatamente pulp sono presi ovviamente (e forse dichiaratamente) in prestito dal cinema di Quentin Tarantino, che ne è maestro. Questo oscillare continuo, per capirci, tra Schindler’s List e Bastardi senza gloria rischia di privare Hunters di una precisa identità, a meno di non essere in grado di capirne i frequenti riferimenti. Oppure ne sarà proprio il carattere distintivo, staremo a vedere. A tratti, la sceneggiatura può diventare una sorta di “minestrone” di quella che oggi definiamo “cultura nerd” (ampiamente celebrata in altri titoli come Stranger Things), la quale punteggia costantemente la sceneggiatura, citando in modo sparso Guerre Stellari, L’uomo da sei milioni di dollari o una gran varietà di fumetti. Lo stesso gruppo degli “Hunters”, come detto, ricorda volutamente per eterogeneità e personaggi sopra le righe alcuni team già visti negli albi della Marvel: abbiamo una suora tostissima che è una ex-agente del MI6, un veterano del Vietnam esperto di armi, dei coniugi di mezz’età maghi dell’elettronica e altre follie assortite. Anche tra il gruppo di cattivi notiamo lo stesso approccio, avendo un infallibile e glaciale assassino, una donna al comando sensuale, raffinata e spietata e qualche altro voluto cliché, senza contare alcuni grossolani riferimenti alla cultura tedesca che fanno alzare qualche sopracciglio (Hansel e Gretel quale fiaba protonazista, i soliti riferimenti al povero Wagner morto alla fine dell’800 eppure trattato anch’egli come esponente del Reich). La pervasività degli elementi supereroistici diventa ancora più evidente durante il secondo episodio che, non a caso, è girato da Wayne Yip, il quale ha già portato con successo in tv il dissacrante e visionario fumetto “Happy!” di Grant Morrison. La trama è comunque interessante, per quanto visto, ma oltre ad alcune questioni di cui si è già parlato, molti passaggi appaiono davvero troppo facili e possono minare la bontà generale della narrazione (anche volendo entrare nella già citata ottica “fumettosa” della serie): veramente agenti nazisti che da trent’anni vivono negli Stati Uniti, in totale segretezza, sono così semplici da rintracciare? O lasciano, come prova del loro scomodo passato, un’intera pletora di medaglie, croci uncinate e perfino foto inequivocabili che la polizia scova al primo tentativo, nel primo cassetto (neanche chiuso a chiave!) di una scrivania della prima stanza in cui cercano? O apprestano la porta nascosta di una sala radio, privatissima e delicata, in modo così malcelato che questa viene notata durante una superficiale ricognizione di un minuto?
Si tratta comunque di un prodotto molto ambizioso, di raffinata fattura, tecnicamente davvero ben confezionato, un salto di qualità non indifferente per gli Amazon Studios. E’ anche un altro chiaro segnale sulla direzione che stanno prendendo in questi ultimi tempi le serie televisive, ormai obiettivo di enormi investimenti e mèta di attori, sceneggiatori e registi di primo livello. Staremo a vedere se riuscirà ad ottenere la popolarità a cui certamente mira e se arriverà all’ultimo episodio in modo convincente.

Massimo Brigandì

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