Hunger Games: Il canto della rivolta – parte 2

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7.0 Awesome
  • voto 7

La nuova Panem

La saga degli Hunger Games – la quale, piaccia o meno, ha tracciato un solco di non trascurabile importanza nel cinema degli anni 2.1 – prende congedo (forse) dal proprio pubblico con una seconda metà di terza parte che sancisce la conclusione naturale della parabola esistenziale di Katniss Everdeen. E lo fa con un film magari più convenzionale rispetto a quello, incompreso, che lo ha preceduto, ma sempre perfettamente centrato sulla tematica principale che ha contraddistinto l’intero ciclo di lungometraggi: la giovane protagonista alle prese con la complessità pressoché indecifrabile del mondo circostante. Il grande merito della riuscita di Hunger Games – che solamente ora possiamo interpretare nella propria globalità – risiede proprio nel fatto di non aver piegato alla spettacolarità a tutti i costi la funzione pedagogica di racconto di formazione che gli è sempre appartenuta; l’adolescente Katniss (si conferma una volta di più eccellente la scelta di Jennifer Lawrence per il ruolo) è costretta alla lotta in nome di un gesto di altruismo che alla fine risulterà vano. Ucciderà per salvare la propria vita. Verrà usata come strumento per galvanizzare le folle ed incitarle alla ribellione contro il regime presieduto dallo spietato Snow; e alla fine scenderà lei stessa nuovamente in campo per cercare di propiziare la vittoria finale. Ma la strada verso la definitiva maturazione è per tutti costellata di insidie varie, e ciò Katniss lo scoprirà con la sofferenza e il dolore, unici possibili fattori per una, verosimile, crescita. Il cerchio perfetto quindi si chiude: Katniss diventa donna. E ciò ben al di là di un finale che – chi ha letto i testi ispiratori di Suzanne Collins già conosce; tutti gli altri possono tranquillamente intuirlo – potrebbe suonare sin troppo idilliaco ma che al contrario mantiene inalterate tutte le pesanti zone d’ombra che nella memoria della protagonista non potranno mai essere cancellate. Esattamente come qualunque personaggio non di finzione.
Ogni componente narrativa è dunque finalizzata allo scopo di rendere autenticamente sofferto tale percorso. Hunger Games – e nello specifico questo Hunger Games: Il canto della rivolta – parte 2, sempre diretto da un Francis Lawrence ormai ufficialmente “promosso” a regista vero e proprio grazie al suo contributo alla saga – se ci si riflette un attimo, lascia il minimo spazio “sindacale” alla classica spettacolarità da botteghino, mentre si protende continuativamente nella ricerca di una sorta di originale anti-climax. Il prefinale, che ovviamente non sveleremo, in questo senso è addirittura illuminante, con la più becera forma di strategia militare a prendere il posto dello scontro all’arma bianca così annunciato dal plot e, di conseguenza, atteso dal pubblico. Spiazzamento, dunque. Esattamente come accaduto nella prima parte de Il canto della rivolta, in cui l’azione cedeva inopinatamente il posto ad una serie prolungata di riflessioni sul senso dell’immagine e sull’uso strumentale che in un qualsiasi conflitto se ne fa al giorno d’oggi nella realtà. Oppure omettendo del tutto quella scivolata nel melodrammatico che ogni fedele appassionato/a di Twilight avrebbe voluto ritrovare in Hunger Games, con il cuore di Katniss combattuto sino alla fine tra Peeta Mellark (Josh Hutcherson) e Gale Hawthorne (Liam Hemsworth). Anche sotto questo profilo, al contrario, le cose si risolvono rapidamente e con estrema naturalezza. Ed anche se Il canto della rivolta parte seconda sposa per alcuni tratti, nelle sue tappe di avvicinamento all’agognata conquista della città simbolo di Panem, la ludicità di una trama da videogame, con i nostri eroi ad evitare trappole e agguati di ogni tipo lasciando per strada più di qualche vittima, alla fine della visione resta la netta convinzione che Katniss sia fatta di carne, sangue e cervello come un qualsiasi altro appartenente al consorzio umano. Donna ferita, ingannata e tradita – soprattutto metaforicamente – ma sempre sostenuta da una ferrea volontà di rialzarsi. Katniss, insomma, vive e lotta assieme a noi.
Cosa chiedere d’altro ad una saga in partenza riservata ad un pubblico adolescenziale?

Daniele De Angelis

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