Hunger Games: il canto della rivolta – Parte 1

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Distretto 13: giochi di guerra

Una semplice equazione, quasi matematica: la conseguenza ultima dello spietato reality televisivo detto “Hunger Games” (ovvero i giochi della fame) non poteva che essere il deflagrare di un conflitto totale, una guerra senza quartiere dove è impossibile anche solo pensare di fare prigionieri. La forza di una saga, culminante in questo Hunger Games: il canto della rivolta, di cui a questo punto attendiamo con famelica curiosità la conclusione, consiste proprio – un po’ paradossalmente, data la sua natura hollywoodiana di giocattolo di pronto consumo – nella sua onestà di fondo nel riproporre, estremizzandolo in negativo, un modello di società strettamente fondato sulla scaltrezza nella gestione del potere. Tutti dettagli presenti nei testi scritti da Suzanne Collins – più adult che young, a dire il vero – ma che avrebbero potuto essere sapientemente ridisegnati ed edulcorati da un’industria cinematografica che non teme rivali in fatto di “normalizzazione”. Finora ciò non è accaduto, e non resta che prenderne atto con soddisfazione, dando i giusti meriti anche a quel regista in un passato pre Hunger Games solo abile confezionatore di anonimi prodotti di largo consumo – tra gli altri Io sono leggenda (2007) e Come l’acqua per gli elefanti (2011) – rispondente al nome di Francis Lawrence, nonché agli sceneggiatori Peter Craig e Danny Strong.
L’evoluzione della figura della protagonista, l’impavida Katniss Everdeen interpretata dalla sempre efficacissima Jennifer Lawrence, è assai sintomatica della bontà del lavoro svolto. Eroina dinamica cum grano salis e dilemmi esistenziali nei primi due capitoli, nel terzo assurge al ruolo di simbolo, limitando l’azione puramente bellica in pratica ad un solo segmento narrativo. La lettura in chiave socio-politica, incredibile a dirsi, finisce con il mettere in ombra meccanismi spettacolari comunque presenti e perfettamente oliati. E la metafora – in questo caso giustamente scoperta, al fine di risultare comprensibile ad un pubblico di ogni età – è che il contrasto riguarda due forme di ideologie entrambe infide e manipolatrici, sia pur a livelli e sfumature differenti. Se si ricorda la fine del secondo episodio, Katniss, durante l’edizione speciale dei giochi, viene “liberata” dal contropotere occulto – personificato tra gli altri dal Plutarch Heavensbee del grande Philip Seymour Hoffman – mentre Peeta Mellark (Josh Hutcherson) rimaneva in mano al regime di Capitol City. Da una parte dunque una feroce dittatura in agonia ormai basata, oltre che sul controllo televisivo anestetizzante della popolazione, pure da una repressione violenta che non conosce più limiti; dall’altra un movimento pseudo-rivoluzionario che parte dal sottosuolo del Distretto 13 del tutto distrutto in superficie, popolato di superstiti vestiti in tuta di lavoro univoca e comandati da una donna, il presidente Alma Coin (la new entry Julianne Moore, pura classe al lavoro), che non esita a ricorrere alla più trita propaganda manipolatrice per galvanizzare la propria gente e quella degli altri distretti. Semplificando: simulacro di fascismo realizzato versus simulacro di comunismo ipotetico ma ben instradato. Con l’incarnazione della verità virtuosa, Katniss, nel mezzo, a dibattersi nella suprema incertezza shakespeariana sulla decisione giusta da prendere. Il campo di battaglia diviene così prima etico che fisico, prima interiore che esteriore. Una sorta di lezione pedagogica affatto trascurabile, in cui risalta l’importanza del libero arbitrio in netta contraddizione con i rischi del pensiero unico e massificato. Persino l’aspetto sentimentale della vicenda – forse l’unica concessione alla platea, con Katniss divisa tra l’affetto (?) per Gale e l’amore (?) per Peeta. Ma attenzione a ciò che accade nel finale, con un epilogo anti-romantico se ce n’è mai stato uno… – che tanto avrebbe potuto riecheggiare lo sterile e inamidato triangolo di Twilight in Hunger Games: il canto della rivolta – Parte 1 rimane per adesso in secondo piano, comunque funzionale al nucleo narrativo di una vicenda che vuole raccontare ben altro. Cioè la realtà di un mondo corrotto dalle fondamenta, dove è l’integrità morale ad essere guardata con sospetto perché non omologata al resto dell’insieme. Se tutto ciò faccia poi parte di un lontanissimo futuro distopico oppure di un presente assai meno fantasioso, ebbene questa è una delle tante domande che il teeen-ager spettatore di riferimento di questo tipo di film non può evitare di porsi. O almeno ci sarebbe da augurarselo, poiché dalla prima all’ultima sequenza della trilogia, Hunger Games tutto vuole essere tranne che innocuo passatempo da trascorrere in una sala cinematografica.

Daniele De Angelis

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