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Cure a domicilio

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VOTO: 7.5

Vogliamo vivere!

Insignito del Secondo Premio al Bergamo Film Meeting 2016, Domácí péče/Home Care (nella versione italiana Cure a domicilio) di Slávek Horák ci ha subito conquistati tra i film presentati in concorso a questa 34esima edizione. Ci sono storie e modi di raccontarle che ci toccano anche se il nostro lavoro o determinate relazioni non li abbiamo provati in prima persona e Home Care è tra queste. Vlasta (Alena Mihulová) è una donna che vive per gli altri, in primis per i pazienti che cura a domicilio (la traduzione italiana è, infatti, “Assistenza a domicilio”). Da alcuni atteggiamenti traspare una dedizione e quasi una religiosità per il lavoro che compie che non è solo infermieristico. Ogni suo gesto è mosso dalla consapevolezza di sapere cosa significa la parola “solitudine” o sentirsi abbandonati a se stessi. La macchina da presa del giovane Horák segue Vlasta nell’ideale percorso di formazione a cui la costringerà un evento capitatole in prima persona. Si sente spesso la parola somatizzazione così come sappiamo che esiste una medicina tradizionale e chi crede in metodi alternativi, il regista ceco tenta di tematizzare proprio questo, in particolare, attraverso gli occhi della donna. Quant’è difficile accettare la malattia? Lo è per noi stessi ma anche per chi gravita attorno, eppure capita – paradossalmente – che sia proprio quest’ultima a far venire i nodi al pettine e a far compiere un viaggio interiore. Bilanciando il tipo di umorismo spesso rintracciabile nel cinema ceco con momenti fortemente drammatici, Home Care si rivela un’opera prima ben pensata e interpretata, che non ha timore di raccontare ciò che noi, nella vita vera, abbiamo paura di dire e guardar in faccia.
Campi lunghi si alternano a dettagli e a primi piani in cui i volti raccontano un mondo dell’anima, soffocata, e di non detti pronti a esplodere. La sceneggiatura sembra propendere, a un tratto, per la medicina non tradizionale (vedi l’incontro con la pranoterapeuta), ma il bello è che quando pensiamo che tutto viri verso una direzione, Horák sceglie di andare da un’altra parte e scavare ancora più a fondo nell’interiorità dei personaggi che risultano così veri e concreti. Straordinarie sono le prove attoriali, a partire dalla protagonista, la Mihulová, così determinata e parallelamente fragile, desiderosa di rimanere attaccata alla vita con le unghie e con i denti. Tutti noi abbiamo bisogno e voglia di amore e questo è un tratto che rende Home Care profondamente universale, pur partendo da storie “piccole” e private, oltre che da un vissuto personale. «Mentre cercavo l’ispirazione per questo film», ha raccontato il regista, «pensavo a quale tema sarebbe stato il più adatto per il mio esordio nel lungometraggio. Così sono andato a casa dei miei, in campagna, per trovare pace e tranquillità, ma quella chiacchierona di mia madre continuava a distrarmi con le sue infinite e bizzarre storie di lavoro. Lavorava come infermiera, facendo assistenza a domicilio, e incontrava una varietà umana molto interessante». Home Care prende questa varietà umana e la rende protagonista, grazie, in primis, a Vlasta e a un compagno, Láda (Bolek Polívka), tramite cui emerge come talvolta si possa vivere l’amore diversamente. Dal rapporto tra i due emergono le proiezioni della donna, le individualità e come non sia semplice lasciarsi e lasciar andare, immersi poi dal vortice della routine. Questo è Home Care, un esordio delicato che parla all’anima e all’interiorità dello spettatore di turno, con un obiettivo della macchina da presa mai invadente. Nonostante i temi trattati non c’è cupezza neanche nella messa in quadro né tantomeno nella fotografia (Jan Stastný), un afflato resta, infatti, come sensazione. Ci sono dei passaggi in cui la semplicità di questa dramedy avvolge la platea coinvolgendola in una catarsi che accompagna anche post visione, ma con un tenero sorriso sulle labbra.

Maria Lucia Tangorra

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