Hermanos

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5.0 Awesome
  • voto 5

Senza via di scampo

Tra le anteprime mondiali della 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma 2018, gli schermi dell’Auditorium hanno potuto ospitare anche l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Pablo Gonzaléz dal titolo Hermanos. Il regista colombiano racconta la storia di Federico Fierro che dopo aver scontato una pena di sette anni per complicità in una rapina finita male torna nella sua città natale in cerca di redenzione, dove il tempo sembra essersi fermato: sua madre gli vuole ancora bene, suo padre continua a non fidarsi di lui, il fratello Ramiro è sempre coinvolto in affari loschi. Federico cerca di tornare a una vita normale trovando lavoro in una miniera, ma presto resta invischiato in una questione di debiti tra Ramiro e uno spietato criminale locale. Mentre lottano contro il tempo per pagare i debiti a tutti i costi e salvare se stessi e la loro famiglia dal destino crudele che li perseguita, i due fratelli finiscono in una spirale di violenza e caos.
Già dalla lettura della sinossi è facile capire quali siano gli ingredienti chiave alla base dell’architettura narrativa e drammaturgica del film, ma anche a quale genere e filone questo appartenga. Attraverso la classica storia di redenzione, le cui pagine sono scritte in un romanzo criminale altrettanto classico per struttura, plot e personaggi, Gonzaléz ci conduce nell’inferno quotidiano di due fratelli e del loro nucleo familiare. Di conseguenza, le dinamiche che ne scaturiscono e che prenderanno forma e sostanza sulla timeline hanno quell’alta percentuale di prevedibilità che viene da sviluppi e one lines già transitati sul grande e piccolo schermo in moltissime occasioni e a loro volta frutto del retaggio e di echi provenienti dalla letteratura crime e noir. Ciò fa di Hermanos un’opera che non ha nulla di personale e di originale da sottolineare in fase di analisi, perché si limita ad attingere a piene mani dal già visto e sentito per non offrire nulla di nuovo al potenziale fruitore.
Quando l’autore si rende conto dopo un’ora e passa di non avere fornito alla platea un vero appiglio in grado di coinvolgerlo al punto tale da destare in lui un barlume di interesse, solo in quel momento nella pellicola si materializzano una sequela di scene di ben altra consistenza. Negli ultimi giri di lancetta che conducono al sanguinario epilogo, il cineasta colombiano decide finalmente di togliere il piede dal freno per spostarlo su quello dell’accelerato. Il problema è che il cambio di passo e di riflesso i miglioramenti arrivano quando i giochi si stanno per chiudere ed è troppo tardi per riparare alle mancanze presenti nei primi due atti. Hermanos paga proprio questa discontinuità , che genera una reazione a catena che si ripercuote negativamente sulle interpretazioni degli attori chiamati in causa e su una regia che può mostrare il suo lato migliore solo in zona cesarini.

Francesco Del Grosso

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