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VOTO: 7,5

Un’incredibile autobiografia, sospesa tra l’Africa e l’Unione Sovietica

Proprio venerdì 16 dicembre, in serata, è previsto un nuovo evento dell’Indiecinema Film Festival 2022, che specie di questi tempi suona alquanto coraggioso: una serata russo-ucraina, organizzata presso il Circolo Acobaleno alla Garbatella, Roma, che vedrà la proiezione di ben tre opere in concorso, con tale provenienza geografica. Assieme a But Happy del film-maker ucraino Anatolii Umanets e a Hope (La speranza) della cineasta russa Alicia Maksimova, già nota per Was Shakespeare English?, verrà infatti proiettato il documentario Happy del russo Ivan Rodin. E per quest’altro lavoro, che abbiamo potuto vedere in anteprima, l’espressione “bigger than life” non appare certo sprecata…

Vi siete mai chiesti come potesse essere la vita di un cittadino di colore nella vecchia Unione Sovietica, spinta nel Dopoguerra verso posizioni terzomondiste ma caratterizzata da un assetto sociale interno indubbiamente complesso, contraddittorio, non sempre pronto ad accettare presenze ritenute insolite? Happy viene incontro con grande naturalezza a tali interrogativi. Il documentario di Ivan Rodin, formatosi a sua volta nella prestigiosa VGIK di Mosca (e quel tocco si avverte, considerando la notevole cura formale del suo lavoro e l’attenzione rivolta al montaggio), è tutto incentato sulla figura di Bangis Schastlivyi a.k.a. Amara Bangura II (retaggio famigliare africano da lui recentemente adottato), figlio di una donna russa e di un influente guineano comparso in Russia come una meteora, da giovane, per poi lasciare frettolosamente l’amante e il nascituro al momento di tornare in Africa, dove si sarebbe infine costruito una carriera importante e una famiglia assai numerosa. Sospeso idealmente tra due mondi, l’ormai cinquantenne Bangis (il cui cognome russo curiosamente vuol dire “felice”) si è trovato così a vivere un’esistenza tumultuosa, ma non priva in effetti di gioie, giungendo alla maturità proprio in quel periodo di transizione che ha visto crollare la vecchia Unione Sovietica e nascere una nuova Russia.

Bangis Schastlivyi, che sta ora scrivendo la propria autobiografia, ha accompagnato il regista (e lo spettatore) in una sorta di album dei ricordi, fatto di incontri con vecchi amici, di rievocazione di esperienze passate, di visite a città e case nelle quali ha abitato. Il documentario si sposta così dai luoghi della sua infanzia, ovvero la popolosa Togliatti sul Volga, alla città che lo ha segnato maggiormente e dove vive tuttora, San Pietroburgo: qui sono avvenuti i suoi primi approcci con gli ambienti culturali più alternativi, con celebri letterati locali, con poetici hippies e con quegli artisti di strada, dei quali ha seguito l’esempio approdando ben presto a un profilo da musicista alla Vysotsky. Ecco, la descrizione della vivace scena musicale di San Pietroburgo  qualche decennio fa (all’epoca era ancora Leningrado) ci ha ricordato persino, alla lontana, lo splendido Summer di Kirill Serebrennikov!

Altrettanto degna di nota la parentesi africana, ritagliata intorno a datati filmati di famiglia, dalla quale emergono un ritratto aspro delle condizioni di vita in Guinea, della sua instabilità politica, nonché alcune malinconiche riflessioni sulla distanza che separa il modus vivendi di determinati popoli. Attento a cercare la verità sui volti delle persone e nei luoghi attraversati con brio dalla macchina da presa, Happy è davvero un lavoro cinematografico profondo e al contempo agile, nella sua spigliata ricognizione di altalenanti stati d’animo e di storie famigliari avvicinate con la giusta empatia.

Giancarlo Marmitta

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