Hammer, quando il sangue divenne rosso

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Europaura

Tutto iniziò con Bela Lugosi. Di nuovo.

Perché stavolta l’iter non passa per gli occhi che la fotografia a fil di rasoio di Karl Freund ha reso immortali; il divo ungherese non si è infatti limitato a contribuire in maniera fondamentale alla nascita e lo sviluppo del periodo d’oro dell’unità horror Universal, cominciando con Dracula, ma – fatto molto meno noto – ha posto il primo mattone per la costruzione di un altro castello, altrettanto illustre.

Ci si deve trasferire in Inghilterra, dove William Hinds, erede della più grande catena di gioiellerie della Gran Bretagna, decide di investire nel suo amore più antico, quello per lo spettacolo. Uomo d’affari di successo e comico fallito (così lo definì il figlio Anthony, che della creazione del padre sarà protagonista indiscusso), alla fine del 1934 partorisce la Hammer Production Limited, che nella sua iniziale, brevissima vita (dichiara bancarotta nel 1937) produce cinque film. Tra i quali spicca a posteriorità storica The Mystery of the Marie Celeste, pellicola “proto-ghost ship” che annovera l’ex principe della notte Lugosi.

Bisogna aspettare diversi anni però affinché la Hammer (così chiamata da Hinds in onore al suo nomignolo di comico usato sul palcoscenico, Will Hammer) riemerga dalle ceneri: riaperta dal già citato figlio di Hinds, Anthony, e James Carreras, la casa di produzione comincia a trovare la fortuna nel 1955 con il seminale L’astronave atomica del dottor Quatermass, mentre nel 1957 arriva la definitiva consacrazione con La maschera di Frankenstein, che rese stelle di un nuovo cinema Christopher Lee e Peter Cushing, inizio di uno dei sodalizi più straordinari della storia (22 film insieme in 35 anni; in realtà quella fu la loro prima performance insieme come protagonisti, ma terza tout court, dopo l’Amleto di Olivier e il Moulin Rouge di Huston).

Se il cinema europeo è sempre stato in prima linea nell’evoluzione dell’horror sullo schermo (anche attraverso grandi nomi emigrati negli States), la Hammer ne è stato il primo marchio industriale, il martello che ha demolito l’egemonia statunitense nel cuore del pubblico, mai sazio di storie “da brividi”. Che anzi godette di un modo nuovo di concepire la narrazione horror, esplosa nel colore e nella carnalità esplicita (sebbene il martello più famoso dello schermo non si avvicinerà mai alle vette toccate dal cinema italiano, in tal campo).

Per quasi trent’anni la Hammer ha imposto il proprio nome nel mondo del cinema horror, talvolta dettando nuovi linguaggi, altre volte inseguendo nuove tendenze, finendo poi per perdere la direttiva imprenditoriale e artistica, cercando invano di ritrovare il centro di un mondo che non le apparteneva più.

A qualcuno piace l’horror, l’opera monografica scritta da Stefano Leonforte, non si limita però a delineare i contorni più popolari della produzione Hammer, quella che ha riappropriato la mitologia letteraria gotica proponendo una nuova ottica, ma ne traccia una panoramica sorprendentemente esaustiva, rendendo pieno merito all’intero contributo della casa di produzione al cinema di genere; un contributo eclettico, spesso denigrato, che passa per il thriller, il poliziesco, la fantascienza, il fantastico, lo storico.

Una perizia sottolineata dalla ricchissima appendice, che elenca l’intera filmografia Hammer con dettagliata scheda per ogni pellicola e le magnifiche locandine d’epoca, diverse delle quali italiane.

Forse maggiore approfondimento meritava la produzione recentissima della casa, quella della rinascita del nuovo millennio, incastonata da opere che guardano alla tradizione con occhio moderno (tra cui il lodevole Wake Wood, rimodellazione dei topoi del folk horror, sottogenere che tanto ha dato al terrore cinematografico britannico).

Dettaglio che non intacca affatto però la qualità del piano di ricerca di Leonforte, che lo pone degna controparte nostrana dei lavori di Marcus Hearn, lo storico Hammer ufficiale (tra i suoi libri, ricordiamo The Hammer Story, The Art of Hammer e Hammer Glamour): ora anche l’appassionato italiano può riscoprire in tutte le sue sfumature la grandezza di una realtà portante della cultura horror di ogni tempo.

CONVERSAZIONE CON L’AUTORE

D: Partiamo dalla fine, dall’ultima pagina. La rinascita della Hammer, a dispetto del resto del libro, è salutata molto velocemente, senza considerazioni critiche. E’ una frettolosità che rispecchia il suo scetticismo circa questo tentativo della casa di riemergere protagonista?
Stefano Leonforte: Non parlerei di scetticismo. Personalmente non posso che essere felice di questa rinascita, sia pure semplicemente nominale, della Hammer. Ho peraltro trovato gradevoli The Resident e The Woman in Black, che ritengo un film coraggioso e ben fatto. Tuttavia mi riesce difficile mettere sullo stesso piano la produzione di questa nuova compagnia, nata di fatto nel 2007 grazie a un consorzio di società europee, con quella di una Casa che ha solcato i mari della produzione cinematografica per circa trent’anni, superando, tra successi, insuccessi e sotto la guida di un ristretto numero di persone, gli alti e bassi dell’industria del cinema. Troppo tempo e troppe differenze, estetiche, strutturali e produttive, separano queste avventure, che in comune hanno semplicemente il nome Hammer.

D: Con la sua grande antenata statunitense, la Universal, la Hammer condivide il fatto che deve la fama e l’esplosione artistica grazie a due produttori illuminati, Carl Laemmle jr nel primo caso, James Carreras qui. Due padri che diedero un’impronta non solo puramente imprenditoriale, ma anche artistica. Ci potrebbe delineare in due righe la figura estremamente affascinante di Carreras? E domandandole ciò, le lancio una provocazione: è stato lui – senza dimenticare il figlio, Michael – il grande genio della Hammer, nonostante i vari Fisher, Francis, Lee, Cushing, ecc?
Stefano Leonforte:
Carreras era il fulcro manageriale della Hammer. Ma la metà creativa della coppia ai vertici della società, che guida la Hammer fino alla fine degli anni Sessanta, è sempre stata rappresentata da Anthony Hinds. Carreras si occupava dei contratti di distribuzione e della ricerca dei finanziamenti, era un abilissimo venditore nonché un attento osservatore del mercato, basti pensare alla stagione delle co-produzioni noir con gli Stati Uniti, frutto della sua sagacia e del suo fiuto per gli affari. Ma se parliamo di impronta artistica allora dobbiamo puntare su Hinds, produttore capace, soggettista e sceneggiatore col nome d’arte di “John Elder”. Hinds era un maestro nell’intercettare i desideri del pubblico, abilissimo nel rimaneggiare i copioni e, cosa più importante, comprendeva la necessità di affidarsi a tecnici e maestranze di talento, l’unico modo per realizzare buoni film, di genere fantastico ma non solo, in economia. Non è un caso se la caduta della Hammer, come ricordano peraltro alcuni stretti collaboratori della Casa, ha inizio proprio con l’abbandono di Hinds, sul finire degli anni Sessanta.

D: Rimanendo al confronto Universal-Hammer, come definiresti l’emancipazione stilistica di quest’ultima dalla prima? Cos’ha mantenuto e in cosa si è distaccata?
Stefano Leonforte: Gli horror della Hammer rileggevano i miti della tradizione gotica in modo più esplicito rispetto a quelli della Universal, anche e soprattutto grazie all’uso del colore. Erano in un certo senso film di rottura, poco timidi nel mostrare dettagli macabri o sensuali che, se oggi fanno quasi sorridere, per l’epoca erano inusuali e sconvolgenti. Rimanendo alle icone di Dracula e Frankenstein, peraltro, va ricordato che le pellicole Universal dovevano molto alle riduzioni teatrali di Deane, Balderston e Webling, mentre la Hammer, sia pure col piglio elastico e sfrontato di Jimmy Sangster, che piega i romanzi alle esigenze di budget della Casa, stravolgendoli in più punti, si ispira sulla carta alle opere di Stoker e Shelley.

D: La Trilogia dei Karnstein mi porta a farle due domande. La prima è quanto importante è stata a suo avviso la Hammer nell’evoluzione dell’attrice e del personaggio femminile all’interno del cinema horror. La seconda è quanto secondo lei quei tre film hanno contribuito allo sviluppo e la mitizzazione del filone lesbo-vampirico degli anni 70 e quanto invece hanno cavalcato la moda.
Stefano Leonforte: La Hammer ha certamente rappresentato una tessera importante nel mosaico dell’evoluzione del personaggio femminile, o più precisamente di un certo tipo di sensualità femminile, al cinema, e non solo nel genere horror. La pellicola spartiacque della filmografia hammeriana, in questo senso, è Un milione di anni fa, grazie a cui Raquel Welch, immortalata in un succinto bikini preistorico che produsse un notevole impatto sulla cultura del tempo, divenne icona e sex-symbol, al centro di un fenomeno culturale che rispecchiava il mutamento delle identificazioni sessuali nella società dei secondi anni Sessanta. Venendo all’horror, e in particolare alla Trilogia dei Karnstein, va detto che il mito della donna vampira affonda le proprie radici nella storia e nella letteratura, basti pensare alla contessa Bathory e a Carmilla di Le Fanu, che vi incorpora sfuggenti connotati omosessuali. Anche al cinema, tra le velate allusioni saffiche presenti già in La figlia di Dracula e in seguito, più marcatamente, in pellicole come Il sangue e la rosa di Vadim, vampire lesbiche fanno capolino con una certa frequenza. Tuttavia sarà proprio la Hammer a compiere un deciso passo avanti nella rappresentazione di una vampira omosessuale, pronubi anche l’allentarsi delle maglie della censura e l’introduzione del divieto ai minori di 18 anni. Vampiri amanti, in cui la bella Ingrid Pitt veste i succinti panni della contessa Mircalla, è a mio avviso un film fondamentale per lo sviluppo del filone delle lesbo-vampire, così come, con tutte le loro debolezze e ingenuità, Mircalla l’amante immortale e Le figlie di Dracula.

D: I film dell’ultimo periodo sono quanto di più sballato e improbabile ci possa essere, ma forse proprio per questo hanno un loro fascino. Perché secondo lei a un certo punto la Hammer non riuscì più a evolvere e continuare a stupire? Solo motivi economici o altro?
Stefano Leonforte: Le motivazioni economiche hanno senz’altro un loro peso, così come il venire meno, uno dopo l’altro, dei contratti con i grandi distributori e finanziatori hollywoodiani. Credo tuttavia che le principali cause del declino della Hammer siano altre. In primis l’abbandono di Anthony Hinds, figura a dir poco insostituibile che per anni aveva dettato la direzione artistica della Casa. In secondo luogo l’inesorabile sgretolarsi di quello straordinario team di tecnici e artigiani che aveva plasmato l’età d’oro del fantastico hammeriano, si pensi, su tutti, all’abbandono dello scenografo Bernard Robinson, la cui ultima collaborazione con la Casa risale al ’69, con Distruggete Frankenstein!

D: E’ inevitabile menzionare Christopher Lee, purtroppo recentemente scomparso. In un’intervista di qualche anno fa Tim Burton, parlando della sua esperienza lavorativa con Price e Lee, lamentava il fatto che quel tipo di attore, quella figura, nell’horror contemporaneo non esiste più. Se n’è andato insomma il divismo horror, tanto che, i giorni immediatamente successivi la morte di Lee, le foto dei quattro grandi vecchi che si ritrovarono per La casa delle ombre lunghe (Price, Lee, Cushing e Carradine), hanno intasato le pagine social delle riviste di settore. Perché a suo avviso l’attore – ma anche l’attrice: quante scream queen ha prodotto il nuovo millennio? – ha perso la sua centralità nel peso specifico di un film horror? Cosa che non è avvenuta nel cinema tout court, per dire.
Stefano Leonforte: Trovo purtroppo che sia l’horror in generale, e ormai da diversi anni, ad attraversare un momento buio, di crisi. Forse è il prezzo da pagare al trascorrere del tempo, con le sue innovazioni e le sue contraddizioni. Negli ultimi anni si è puntato molto su sterili remake infarciti di tremendi effetti computerizzati, e su storie scritte su misura per protagonisti poco più che adolescenti, incolori e di scarso carisma. Il genere, insomma, ha perso di credibilità tra gli stessi addetti ai lavori. Attori di straordinario talento come Christopher Lee e Peter Cushing, nonostante l’ostracismo della critica più ortodossa, si prestavano all’horror con un coraggio, una serietà e una professionalità encomiabili. Oggi non solo buona parte della critica, ma anche delle star più chiacchierate considera l’orrore un genere di serie B.

D: Ultima domanda, la più banale: se dovesse dare i suoi tre titoli Hammer preferiti e – sempre se son diversi – i tre che considera le colonne portanti dell’estetica e della storia Hammer…?
Stefano Leonforte: I tre che preferisco sono La vendetta di Frankenstein, La casa del terrore e L’astronave degli esseri perduti. Per quanto concerne le colonne portanti della storia Hammer direi L’astronave atomica del dottor Quatermass, che salva la Casa nel pieno di una delle più gravi crisi dell’industria britannica; Le spose di Dracula, che rappresenta la summa delle migliori virtù del gotico Hammer; e Corruzione a Jamestown, perché nonostante le controversie e lo scarso successo al botteghino, la sua raffinatezza estetica, la sua tensione e il coraggio nell’affrontare, sul nascere degli anni Sessanta, un tema scottante come la pedofilia lo rendono un autentico gioiello.

Riccardo Nuziale

 

A QUALCUNO PIACE L’HORROR – Il cinema della Hammer Films

di Stefano Leonforte
2014, Edizioni Leima
272 pagine

 

 

 

 

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