Grimsby – Attenti a quell’altro

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il Barone dello scatologico

Ora che il grande John Waters, la cui formidabile vena politicamente scorretta peraltro era da tempo appannata, pare irrimediabilmente aver raggiunto la piena età pensionistica; se anche i fratelli Farrelly hanno addolcito, con lo scorrere del tempo, una certa tendenza ad una comicità triviale per cedere il posto a scherzose ricognizioni sentimentali neanche troppo in fondo animate da un evidente buonismo, ecco che l’ineffabile Sacha Baron Cohen si candida prepotentemente, attraverso il suo modus operandi, a nuovo sovrano incontrastato del trash cinematografico. Quello duro e puro, non di semplice forma ma di effettiva sostanza, che balena soprattutto nel finale di questo Grimsby – Attenti a quell’altro, diretto da Louis Leterrier ma in tutto e per tutto farina del sacco di Cohen, sceneggiatore del lungometraggio assieme a Phil Johnston e Peter Baynham.
Perfettamente comprensibile, dunque, la scelta di affidarsi in cabina di regia all’esperto di action Leterrier (un paio di The Transporter e il reboot de L’incredibile Hulk, nel curriculum), anche perché Grimsby è, almeno ad una chiave di lettura superficiale, un vero e proprio film d’azione, ovviamente screziato dallo inconfondibile humour “saschabaroncoheniano”, che in ogni modo potremmo definire tranne che aristocraticamente britannico, nonostante sia proprio quella l’origine del nostro. Se insomma si hanno presente i vari Borat (2006), Brüno (2009) o Il dittatore (2012), certamente si avrà un’idea di ciò che si incontrerà anche in Grimsby: un lavoro cioè irriverente e irrispettoso nei confronti di tutto e tutti, a cominciare dal genere preso a pretesto – lo spy movie d’azione, per l’occasione messo salacemente alla berlina – fino ad arrivare ad un implacabile excursus “antropologico” su quelle che sono le divisioni sociali in una contemporaneità le cui regole sono dettate, in modo pressoché esclusivo, dal modo in cui si appare. Il segreto, almeno per Baron Cohen, è sempre quello di alzare, di quel tanto che basta, l’asticella del mostrabile su grande schermo. In questa amena storia di fratellanza recuperata – l’ottimo Mark Strong fa da lussuosa spalla nel ruolo del fratello ritrovato dopo quasi trent’anni, divenuto nel frattempo un super agente segreto – e intrighi senza respiro né logica, il tutto pare narrativamente organizzato per mettere in fila “indimenticabili” sequenze sin d’ora degne di entrare in un’ipotetica top della volgarità sanamente urticante. Una per tutte, anche se raccontarla per iscritto rende un centesimo dello sbalordimento che si prova vedendola: accerchiati dal una sorta di controspionaggio armato fino ai denti in piena savana sudafricana i due fratelli devono urgentemente trovare un nascondiglio. Di passaggio c’è un branco di elefanti. A Nobby (ovviamente Sacha Baron Cohen) si accende la classica lampadina: il ventre di una grossa elefantessa può contenere sia lui che il fratello Sebastian (Mark Strong). Il punto di ingresso nel pachiderma è scontato; lo è meno il fatto che l’animale sia in calore, con tutte le conseguenze del caso vissute da una prospettiva interna… Solo un esempio di come Cohen stia ridisegnando, film dopo film, i confini di quel cattivo gusto che, in tempi di omologazione imperante dei costumi, rappresenta davvero un grido anarchico di libertà. Culminante peraltro, nell’epilogo di Grimsby, in una macro sequenza ambientata durante un’ipotetica finale dei mondiali di calcio tra Inghilterra e Germania (ma guarda un po’…) dove la lotta di classe – o meglio di immagine, con i tirati a lucido da una parte e gli sfatti fisicamente dall’altra – raggiungerà il suo apice, con ovvia vittoria dei negletti sui rappresentanti dello status symbol (autentici o di finzione) e le icone del politically correct ripetutamente sbeffeggiate nel corso del film.
Se insomma il pubblico di aficionados ha sin qui apprezzato lo stile, senza dubbio estremo e assai poco portato alla captatio benevolentiae verso la platea, di Sacha Baron Cohen troverà in Grimsby – per inciso una delle cittadine proletarie per eccellenza in terra d’Albione – l’ennesimo oggetto di culto cinematografico. Qualora invece si fosse allergici a priori ad una volgarità parodistica tanto programmata quanto ben oliata nella sua comunque evidente esigenza di voler affermare qualcosa sull’oggi, pregasi astenersi. Ci pare quasi di vedere il nuovo profeta alzare il medio della mano e fregarsene bellamente…

Daniele De Angelis

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