Green Book

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8.0 Awesome
  • voto 8

Stati Uniti on the road

Sin dal suo esordio alla regia nel 1994 (con la commedia on the road Scemo & Più Scemo), non abbiamo mai visto il regista statunitense Peter Farrelly lavorare senza il fratello Bobby. Eppure, prima o poi, tale fatto doveva verificarsi. E la cosa è accaduta a ben ventiquattro anni dall’esordio, quando il cineasta ha presentato alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – all’interno della Selezione Ufficiale – il suo Green Book, ispirato a una storia vera.
Ma cos’è, di fatto, un green book? Tale, importante libretto è una guida per viaggiare sani e salvi – pronti a scoprire dove mangiare, dove dormire e a affrontare ogni qualsivoglia imprevisto – lungo tutti gli Stati Uniti d’America. Una guida, questa, consegnata nel 1962 a Tony Vallelonga (altrimenti detto Tony Lip), un buttafuori irascibile, ma dal cuore d’oro, di origini italiane, rimasto improvvisamente senza lavoro, il quale viene incaricato di fare da autista a Don Shirley, giovane pianista afro-americano. I due partiranno per una lunga tournée di otto settimane e viaggeranno attraverso numerosi stati dell’America Settentrionale, affrontando numerose difficoltà, non solo causate dal particolare carattere di Tony, ma soprattutto dal colore della pelle di Don.
Autore, insieme al fratello, di lungometraggi irriverenti, spesso considerati eccessivi e fuori dagli schemi, Farrelly ha dato vita, negli anni Novanta, a un nuovo tipo di commedie, dove tutto è più esplicito e dove non si ha più paura di dire “troppo”. Si tratta di commedie – da Scemo & Più Scemo, appunto, a Tutti pazzi per Mary (1998), da Amore a prima svista (2001) a Lo Spaccacuori (2007) – che, a loro modo, hanno fatto epoca, restando impresse nella memoria e venendo emulate più e più volte nel corso degli anni. E ora, a distanza di anni, cos’ha fatto il regista di Phoenixville? Improvvisamente, Peter Farrelly sembra aver dato una svolta al suo modo di fare cinema, dando vita sì a una commedia brillante, sì a un road movie (proprio come la sua opera prima), ma anche a un prodotto, in qualche modo più maturo, dove non si ha paura di ciò che si vuol dire, né di mettere in scena situazioni imbarazzanti, ma dove, allo stesso tempo, le gag si fanno più ricercate (indimenticabile, a tal proposito, la scena in cui vediamo i due fermarsi a comprare del pollo fritto lungo la strada e a consumarlo, successivamente in macchina, con Don ancora dubbioso riguardo la genuinità della pietanza stessa) e le battute – seppur con frequenti doppi sensi – più raffinate, le quali, proprio per i frequenti e repentini botta e risposta, farebbero pensare, in alcuni momenti, anche al glorioso cinema di Lubitsch.
Un prodotto maturo e, qualitativamente parlando, molto valido, dunque, questo suo Green Book. Un lavoro in cui salta fuori tutta l’esperienza del regista stesso, il quale, pur cavalcando appieno l’ondata dell’anti-trumpismo, raccontando una singolare amicizia tra un uomo bianco proveniente dal proletariato e un nero benestante dell’America degli anni Sessanta, riesce a classificarsi come qualcosa di totalmente nuovo, mai scontato e mai banale, malgrado anche un lieto fine – ambientato durante la Vigilia di Natale – dove si sarebbe potuto calcare eccessivamente la mano su sentimentalismi e retoriche di ogni genere, ma dove, al contrario, Farrelly ha saputo lavorare magistralmente di sottrazione, mettendo in scena quanto basta per descriverci il forte legame tra i due, senza eccessi e senza particolari virtuosismi.
E il messaggio finale arriva. Arriva eccome. Forte e chiaro.

Marina Pavido

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