Go with Me

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5.0 Awesome
  • voto 5

Piatta adrenalina     

Che fare quando si viene minacciati da uno psicopatico e chiunque, persino chi per legge dovrebbe proteggerci, sembra non volerci dare ascolto? Le soluzioni sono due: allontanarsi per sempre – facendo sparire le proprie tracce – o farsi giustizia da soli. Questo è quanto viene raccontato in Go with Me, ultimo lungometraggio diretto dallo svedese – ma statunitense di adozione – Daniel Alfredson, il quale già nel 2014 aveva presentato questa sua pellicola fuori concorso alla 71° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Lilian è una giovane donna da poco trasferitasi nella sua cittadina natale: un villaggio di taglialegna della periferia canadese. Una sera, durante il suo turno di lavoro presso un bar del posto, fa conoscenza di Blackway – ex poliziotto che fin da subito si mostra aggressivo e tenta di abusare di lei. Dopo che l’uomo – in seguito a varie minacce – le fa trovare il suo gatto decapitato, la ragazza decide di rivolgersi allo sceriffo del posto, il quale, però, le consiglia di abbandonare immediatamente la città. L’unico seriamente intenzionato ad aiutarla è Lester – anziano taglialegna con una grande tragedia alle spalle – il quale, insieme al suo aiutante Nate, parte con Lilian sulle tracce di Blackway.
Una storia sulla carta avvincente. Un grande, grandissimo cast (tra cui spiccano Anthony Hopkins, Ray Liotta e Julia Stiles). Il paesaggio canadese che fa quasi da protagonista. Oltre al fatto che – per un motivo o per l’altro – il film sia stato in qualche modo selezionato per essere proiettato a Venezia. Tutto, inizialmente, fa sperare in un lavoro senza dubbio promettente, oltre che appassionante. Eppure non è così. Tali speranze, infatti, malgrado un inizio accattivante e dai ritmi giusti, sono ben presto destinate ad essere deluse. Ed anche, se vogliamo, nel peggiore dei modi. Go with Me, infatti, già nella prima mezz’ora si rivela un lungometraggio decisamente piatto e mal riuscito. A nulla serve la bravura di Hopkins, così come dei suoi colleghi. A nulla servono i background dei personaggi, messi in scena in modo del tutto sommario al punto da non riuscire a far entrare gli stessi protagonisti in empatia con il pubblico, nemmeno quando decidono di aprirsi e di raccontarsi. A nulla servono le scene di azione immediatamente prima del finale, in quanto è il finale stesso ad essere tristemente scontato e prevedibile. Talmente prevedibile da non lasciar spazio alla benché minima immaginazione da parte dello spettatore.
Un discorso a sé va fatto, inoltre, per il personaggio di Lester (Hopkins, appunto). Il passato di quest’ultimo viene pian piano svelato nel corso della vicenda, tanto da farci capire il motivo che lo ha spinto a voler aiutare a tutti i costi Lilian: sua figlia è morta di overdose anni prima e l’uomo non ha potuto far nulla per salvarla. Bene, come background può anche essere accettabile, seppur piuttosto deboluccio. Il problema, però, è che è proprio il personaggio a non essere sviluppato a dovere. Colpa della breve durata del film, colpa del desiderio – da parte di chi ha preso parte ai lavori – di arrivare subito al dunque. Sono tanti i fattori che non hanno permesso una buona riuscita del prodotto. Per quanto riguarda il finale, inoltre, eccessivamente costruito e poco convincente risulta lo stesso Lester, quando, ferito a morte ma miracolosamente ancora vivo ed energico, sembra perdere di punto in bianco la memoria, dal momento che ormai la giustizia è compiuta ed è riuscito – in qualche modo – a riconciliarsi con il proprio passato. Poco credibile. Pretenzioso e decisamente poco credibile.
Sono tanti gli errori di questo lavoro di Alfredson. Il più grave di tutti, però, è – malgrado le ottime intenzioni – la mancanza di una vera e propria identità del film stesso. Mancanza, questa, che – purtroppo – farà sì che Go with Me finisca nel dimenticatoio collettivo già poche settimane dopo la sua stessa uscita nelle sale. Ci auguriamo, però, che i grandi nomi qui mal sfruttati possano trovare, in futuro, occasioni migliori per dare prova del loro talento. Come, d’altronde, è già accaduto in passato.

Marina Pavido

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