Girl

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8.0 Awesome
  • voto 8

Corpo estraneo

Non siamo abituati a dare retta alle voci di corridoio perché per quanto ci riguarda, sia quando positive sia quando negative, lasciano sempre il tempo che trovano. Di conseguenza, abbiamo atteso la visione di Girl per confermare se gli apprezzamenti giunti alle nostre orecchie sulla pellicola d’esordio di Lukas Dhont trovassero un effettivo riscontro sul grande schermo. E così è stato.
Ispirato a una storia vera, il film segna due debutti-rivelazione: quello del ventisettenne regista belga e quello, non meno sorprendente, del giovanissimo protagonista Victor Polster. Un duplice esordio senza dubbio positivo visti il risultato e i riconoscimenti ottenuti all’anteprima mondiale nella sezione “Un Certain Regard” di Cannes 2018 con ben quattro premi assegnati da altrettante diverse giurie (Caméra d’or come migliore opera prima, Premio alla migliore interpretazione, Premio Fipresci e Queer Palm) e i consensi ottenuti più di recente oltreoceano al Festival di Toronto.
Protagonista della pellicola è Lara, adolescente con la passione della danza classica: insieme al padre e al fratellino si è trasferita in un’altra città per frequentare una prestigiosa scuola di balletto, a cui dedica tutta se stessa. Ma la sfida più grande è riuscire a fare i conti con il proprio corpo, perché Lara è nata ragazzo…
A giudicare dalla sinossi, chi ha già avuto modo di entrare in contatto con le produzioni di Dhont si sarà reso conto del fatto che Girl ha rappresentato l’occasione perfetta per tornare su temi a lui cari, affrontati nei lavori precedenti sulla breve distanza come la danza, l’identità e la trasformazione. Cortometraggi come Corps perdu, Boys on Film X e L’Infini, infatti, sembrano le fasi preparatorie di una sorta di “anticamera” nella quale l’autore ha creato le basi sulle quali costruire le fondamenta narrative, drammaturgiche, tecniche e soprattutto tematiche del suo primo lungometraggio. Qui approfondisce le materie sensibili chiamate nuovamente in causa e le mescola senza soluzione di continuità nella timeline di opera che, con attenzione e rispetto, ci trascina al seguito di un’adolescente transgender alle prese con una dolorosa lotta emotiva e fisica all’alba della trasformazione.
Quello che va in scena è un coming of age che racconta la “battaglia” interiore ed esteriore di una giovane esistenza alle prese con un corpo estraneo nel quale non si riconosce. Un romanzo di formazione che parla senza cliché, spettacolarizzazioni e voyeurismo di un complicato processo di mutazione nel suo lento e poi improvvisamente accelerato progredire. Un percorso, questo, che diversamente da altre operazioni analoghe transitate sul grande e piccolo schermo è raccontato con straordinaria intensità e coinvolgimento emotivo tanto dietro quanto davanti la macchina da presa, in un crescendo che tocca il suo apice in un finale che lascia senza fiato.

Francesco Del Grosso

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