Ghost in the Shell

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5.0 Awesome
  • voto 5

Schegge di memoria

Dividendo idealmente questa rivisitazione – il termine reboot è già ormai parecchio inflazionato – made in Hollywood con attori in carne ed ossa di un leggendario franchise nipponico che ha avuto il suo input nel manga omonimo di Masamune Shirow per poi frastagliarsi in due film d’animazione, serie televisive e videogiochi, potremmo trovare in Ghost in the Shell almeno tre differenti linee guida. La prima è quella riguardante l’intricato plot poliziesco, contenente in nuce una severa critica al capitalismo sfrenato e auto-fagocitante, in Giappone esattamente come nel resto del mondo. La seconda, più suggestiva, va a toccare le delicate corde della ricerca identitaria attraverso il percorso a ritroso nella memoria. Nel futuro di Ghost in the Shell la “contaminazione” tra essere umano e cibernetica è molto diffusa, con relativa perdita di una dimensione umana. La terza voce potrebbe invece riguardare gli scenari dove si svolge la storia, futuribili e decadenti assieme, parte integrante dell’atmosfera in cui si dipana la trama. Purtroppo, nella versione statunitense diretta da Rupert Sanders, le tre componenti risultano insufficientemente sviluppate e molto distanti l’una dall’altra, dando vita ad un prodotto algido nella sua incapacità di suscitare il benché minimo coinvolgimento nello spettatore “maturo”. Questione di memoria, si potrebbe dire. Perché non solo la protagonista – l’agente ribattezzata per l’occasione “maggiore” in virtù del proprio grado e interpretata dalla poco asiatica ma in compenso assai atletica Scarlett Johansson – è doppiamente impegnata nell’indagine che la coinvolge professionalmente ed in quella personale della conoscenza di se stessa, ma pure le menti posizionate a monte di questo lungometraggio dimostrano ancora una volta come il cinema contemporaneo di memoria ne abbia sin troppa facendo invece finta di non possederla allo scopo, non nobilissimo, di raggiungere le tasche delle nuove generazioni di pubblico.
Tralasciando superflui paragoni con la spettacolarità mai gratuita dei due prodotti di animazione diretti da Mamoru Oshii – cioè Ghost in the Shell (1995) e Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg (2004) – questo Ghost in the Shell contemporaneo si distingue solamente per una corsa sfrenata verso il citazionismo più estremo. Un film-Frankenstein che cerca un’impossibile quadratura del cerchio frullando senza alcuna logica opere seminali come Blade Runner (1982), Terminator (1984), Robocop (1987) per quel che concerne il parallelismo uomo/macchina. Oppure il più recente Avatar (2009) per ciò che riguarda la percezione effettiva della realtà. Ecco dunque confezionato un potenziale (molto potenziale…) blockbuster dall’aspetto di genere – thriller, poliziesco – confuso e irrilevante; mentre quello che avrebbe dovuto rappresentare il cuore pulsante dell’opera, ovvero l’impossibile risposta alla quintessenziale domanda su chi e cosa siamo veramente, offre solo risposte vaghe, ben lontane dallo spessore filosofico che la questione dell’appartenenza al mondo richiederebbe. Bene allora per gli ammiratori ambosessi del corpo di Scarlett Johansson, i quali potranno concentrarsi sull’osservazione dello stesso – peraltro in un 3D nel complesso poco incisivo – senza troppe altre, magari pure fastidiose, “sollecitazione esterne”. Soddisfazione anche per i fan di “Beat” Takeshi Kitano, nel film volto morale del capitalismo, a cui spetta la classica battuta ad effetto del proprio repertorio: “Mai mandare un coniglio ad uccidere una volpe“. E così sia, ovviamente.
Per il resto Ghost in the Shell – l’anima dentro un corpo bio-meccanico – altro non è che il solito prodotto cinematografico da scaffale di supermercato, subito pronto per il consumo ma dal sapore assolutamente dimenticabile nell’arco di pochissimi minuti. Per farne qualcosa di memorabile sarebbe stato necessario un approccio del tutto diverso, nonché una mano registica meno paludata di quella del volenteroso Rupert Sanders di Biancaneve e il cacciatore (2012). Non sarà per la prossima volta, temiamo.

Daniele De Angelis

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