Genus Pan

0
7.5 Awesome
  • voto 7.5

Uomo o animale?

A ben quattro anni dalla meritatissima vittoria alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 – dove, per l’occasione, gli è stato conferito il Leone d’Oro per l’ottimo The Woman Who Left – ecco che il celebre cineasta filippino Lav Diaz – in occasione della 77° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – è nuovamente sbarcato al Lido. Per la gioia dei suoi sempre più numerosi sostenitori che, questa volta, lo hanno visto all’interno della sezione Orizzonti, in concorso con il suo Genus Pan, per una profonda riflessione sul genere umano e su come lo stesso venga (erroneamente?) considerato una specie superiore.

In principio vi sono tre uomini – Andres, Paulo e Baldo – i quali, dopo aver terminato il loro lavoro in miniera, si incamminano nella natura più selvaggia per far rientro al loro villaggio natale, situato su di un’isola considerata dai suoi stessi abitanti “rozza”, “sporca”, proprio come viene chiamata con il suo nome ufficioso. Poi, improvvisamente, accade qualcosa di inaspettato e misterioso. Andres arriva al villaggio praticamente da solo. Cosa sarà accaduto all’interno della foresta?
Con il suo ormai consueto approccio registico particolarmente contemplativo e immersivo, che punta a trascinare lo spettatore nella storia regalandogli, ogni volta, un forte crescendo di emozioni, e con il suo consueto, curatissimo bianco e nero, Lav Diaz si è concentrato in questo suo ultimo lavoro proprio sul genere umano – spesso paragonato al genere animalesco stesso – e su quanto lo stesso possa trascendere, dando vita ad atti violenti e barbarie di ogni genere.E così, in Genus Pan, veniamo immediatamente trasportati in un mondo in cui realtà e immaginazione, verità e menzogna si confondono, al punto da non riuscire noi stessi a distinguere cosa sia realmente accaduto e cosa, in realtà, sia frutto di allucinazioni, di manipolazioni. Poi, ovviamente, non mancano riferimenti al colonialismo, alla storia delle Filippine e a tutte le conseguenze del caso. Perfettamente in linea, appunto, con l’inconfondibile poetica di Lav Diaz.
Eppure, nonostante tutto, ripensando alla vasta produzione del regista, in seguito alla visione del presente Genus Pan, qualcosa ci rende complessivamente insoddisfatti. O, meglio ancora, più che insoddisfatti sarebbe più corretto dire che, nonostante momenti di altissimo cinema al proprio interno, nonostante l’indubbia capacità di Lav Diaz di trascinare lo spettatore all’interno delle sue storie come raramente capita durante la visione di un film, non ci si sente, questa volta, così coinvolti dal racconto come più e più volte è capitato in passato. E qui giocano un ruolo centrale le scelte registiche adottate.
Mancano, all’interno di Genus Pan, i tempi eccessivamente – ma giustamente – dilatati tipici del cinema di Diaz. In questo caso, tutto si sussegue in modo molto più repentino sullo schermo, per una durata relativamente breve – circa due ore e mezza – rispetto a quanto accade solitamente all’interno della filmografia del regista filippino. Eppure, paradossalmente, proprio per questo suo singolare approccio registico alcune scelte si rivelano necessarie, contribuiscono a far sì che lo spettatore diventi un tutt’uno con la storia. E durante la visione di Genus Pan questo suo consueto fondersi con essa manca. Pur restando, il presente, un prodotto di indubbio valore artistico, molto al di sopra della media della qualità complessiva dei lungometraggi presenti in questa inconsueta manifestazione lidense.

Marina Pavido

Leave A Reply

14 − 13 =