Gatecrash

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5.5 Awesome
  • VOTO 5.5

Una serie di “sfortunati” eventi

I numerosi tentativi non andati a segno nel passato più o meno recente ci insegnano che non è detto che da una pièce di successo si possa trarre un film in grado di ottenere i medesimi risultati. Questo perché il passaggio dalle tavole del palcoscenico allo schermo (o viceversa) non è per niente facile, tantomeno scontato. I motivi del mancato funzionamento possono essere molteplici, ma il più delle volte l’incompatibilità del testo teatrale con le esigenze del racconto cinematografico risulta uno scoglio davvero insormontabile. Fatto sta che i casi in cui il cambio di fruizione e di destinazione dell’opera non è stato brusco e traumatico, tanto che l’adattamento cinematografico è stato persino capace di tenere il passo della matrice, si contano sulle dita di una mano. In tal senso, a memoria il ricordo va sicuramente a Carnage di Roman Polański, basato su Il dio del massacro della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza.
Per quanto ci riguarda – e pare non siamo gli unici a pensarla così – ci sono progetti che nascono in teatro e per il teatro, ed è lì che devono restare, affondando le proprie radici saldamente nel palcoscenico quel tanto da non consentire a nessuno di sradicarle. Il tentativo, salvo rarissime eccezioni, di allargare al testo di turno gli orizzonti di fruibilità può finire con lo snaturare o depotenzializzare quanto di buono c’era e c’è, come nel caso di Gatecrash, presentato in concorso al 30° Noir in Festival. L’adattamento per il grande schermo firmato da Lawrence Gough non riesce a tenere il passo della pièce omonima di Terry Hughes dalla quale è tratta.
Nel processo di migrazione le tematiche (la colpa, il castigo, la menzogna, la lussuria e il legame tossico) sono rimaste invariate, così come l’impianto teatrale è rimasto orgogliosamente presente, quasi a volere rivendicare e ricordare al destinatario la sua vera natura. Un impianto che finisce con l’affossare il tentativo di emancipazione da parte del progetto audiovisivo, soffocando di riflesso le ambizioni “alte” del film e di conseguenza di chi lo ha realizzato. Il ché avrebbe dovuto spingere il cineasta britannico a riflettere su quanto la dimensione primigenia fosse importante per il testo in questione e per le performance degli attori. Non è un caso che a conti fatti la performance della co-protagonista Olivia Bonamy si possa considerare l’assolo più convincente di un’orchestrazione altalenante e poco coinvolgente.
Motivo per cui il risultato finisce nel gorgo del vorrei ma non posso, o meglio dell’avrei voluto. Nel raccontare l’odissea notturna di una una giovane coppia a confronto con un incidente mortale che rischia di distruggere le vite di entrambi, Gatecrash delinea e percorre rigidamente e in maniera impersonale le traiettorie di un thriller psicologico a porte chiuse, che si consuma fuori e soprattutto dentro le mura domestiche. Un kammerspiel costruito interamente su una tensione che stenta a decollare e sulla gestione degli spazi asettici e freddi di una villa persa nel nulla, nelle cui stanze si consuma un confronto faccia a faccia tra vittime e carnefici, in un scambio continuo che confonde i ruoli. Ne viene fuori “un so cosa hai fatto” che ha il retrogusto inconfondibile del già visto a livello cinematografico. La linea mistery si ramifica nell’arco dei tre atti, chiamando in causa persino un gioco degli specchi tra realtà e sogno in odore di Linch che Gough non riesce a rendere al meglio.

Francesco Del Grosso

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