Galaktika e Andromedes

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9.0 Awesome
  • voto 9

Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore

Questo uno degli aforismi più conosciuti di Madre Teresa di Calcutta, probabilmente tra le più importanti personalità albanesi del XX secolo. Le parole della santa sono facilmente interpretabili: non serve essere grandi eroi per poter fare il bene. Non è dunque insolito che vengano citate in questo Galaktika e Andromedes, esordio cinematografico al lungometraggio per la giovane regista e scrittice kosovara More Raça, in concorso ora al 32° Trieste Film Festival e già presentato all’ultima edizione del Sarajevo Film Festival.
Non è una storia complicata quella narrataci, un padre, Sheptim (Sunaj Raça), una figlia, Zana (Elda Jashari) e la difficoltà a vivere nel Kosovo odierno. Non è complicata e nemmeno grande questa storia, le parole di Madre Teresa bene la riassumono, così come bene la riassume la frase: “un padre fa quello che deve fare”. E allora perché guardarla? Perché è un dramma sociale veritiero, senza infingimenti e retorica. La regista entra dentro la storia con la sua camera a mano e ci porta con lei a seguire le tribolazioni del protagonista, un buon padre ed un brav’uomo che fa del suo meglio per assicurare un futuro a sé ed all’amata figlia in una terra piagata da disoccupazione e corruzione. Emerge forte la figura di questo padre che nulla ha di eccezionale se non l’amore, ricambiato, per la figlia, e che di questo amore si fa bastone e scudo per poter andare avanti.
La camera a mano, sempre molto vicina ma mai invadente, non abbandona mai i protagonisti anche se a volte pare ritrarsi come per un senso di pudore e restare fissa ad osservare ciò che succede. Questi momenti di stasi, in un universo visivo altrimenti sempre in movimento, sembrano voler cristallizzare snodi chiave del racconto sui quali lo spettatore viene invitato a riflettere per approfondire e comprendere le azioni dei personaggi e ciò che si agita dentro di loro.
Non nasconde nulla la regista, anche se spesso lascia che a parlare siano le immagini catturate dall’occhio della macchina da presa, dimostrando di confidare nella capacità dell’occhio meccanico di percepire ciò che all’occhio umano può anche sfuggire. Eppure mai manca di dimostrare cura e delicatezza anche nei momenti più intimi e forti. Certo è cinema sociale quello della Raça, nella quale si possono vedere molte influenze, dal Neorealismo al Terzo Cinema, ma è anche cinema dei sentimenti, in un equilibrio precario come la vita dei protagonisti tra documentario sociale e dramma. Ciononostante mai la regista cade da una parte e dall’altra, risolvendo la pellicola in una delicata mescolanza di vicinanza umana e distanza inquisitiva che ci regala un’opera potente se pure parla di una storia minima, come a milioni possiamo trovarne al mondo, ma nella quale le piccole cose fatte con grande amore ci donano la speranza che domani sarà migliore.

Luca Bovio

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