Frère et soeur

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5.0 Awesome
  • voto 5

Ma tutto questo Alice e Louis non lo sanno

Presentato in concorso al 75 Festival di Cannes anche l’ultimo lavoro di Arnaud Desplechin, regista ormai di casa sulla Croisette. Frère et soeur è un dramma borghese-famigliare incentrato sul rapporto conflittuale tra Louis e Alice, fratello e sorella di mezza età. I due avevano troncato ogni relazione da una ventina di anni, per motivi che il film lascia inspiegati, e ora sono costretti a ritrovarsi dopo la morte improvvisa dei genitori a seguito di un incidente. Due grandi scene madri aprono il film. La prima riguarda i funerali del figlioletto di Louis; nella seconda si mette in scena l’incidente fatale dei genitori dei protagonisti, il motore drammaturgico dell’opera. Quest’ultima, per come è costruita, riassume i pregi e i limiti di tutto il film. I genitori in una stradina di campagna si fermano a prestare soccorso a una donna con malori in una macchina accostata. Quand’ecco irrompere un gigantesco tir che, fuori controllo, si avvicina minaccioso ai personaggi. Quindi un’ellisse porta la narrazione a cinque anni dopo, si scoprirà che tutti hanno perso la vita travolti da quel camion a guida criminale. La scena è pomposa, magniloquente ma anche del tutto inverosimile e risibile. Come fa una stradina sperduta di campagna, trovarsi così nel mezzo del traffico autoveicolare pesante?
Louis e Alice svolgono entrambi professioni in campo artistico. Lei è una grande attrice che lavora per il Théâtre du Nord di Parigi (da non confondere con il Bouffes du Nord di Peter Brook, la differenza è significativa perché la sala del film sembra proprio il classico tempio del teatro borghese); lui è un poeta che si è ritirato a vivere con la compagna in montagna, immerso in uno spettacolare paesaggio. Sono due visioni artistiche del mondo, che Desplechin mette in relazione in un film che sulle dicotomie vuole costruirsi. In uno dei primi momenti in cui viene inquadrato il teatro si può scorgere la programmazione della stagione. C’è I fratelli Karamazov e poi The Dead, che è proprio lo spettacolo su cui Alice sta lavorando, tratto dall’ultimo film di John Huston a sua volta adattamento della novella di “Gente di Dublino”. E qui siamo davanti a un’ulteriore biforcazione di modelli di rappresentazione. Il riferimento ai fratelli e alla morte serve a configurare una sorta di sovrastruttura letteraria, artistica che Desplechin vuole esibire, mentre in una delle prime scene campeggiava un ritratto di Kafka. Il conflitto tra fratello e sorella assume, o pretende di assumere, tutta una serie di sovrastrutture colte che prevedono anche Shakespeare, la mitologia, del resto alla base di ogni costruzione drammaturgica. Il sentimento profondo di odio fraterno è un’eco dei primordiali miti di Eteocle e Polinice, nonché di Caino e Abele. Abel del resto è il nome del padre dei protagonisti, il patriarca che Desplechin vuole configurare come un Re Lear.
Desplechin, che bazzica anche le sale teatrali, costruisce un film dai dialoghi lunghi e verbosi, del tutto privi di quella leggendaria leggerezza di molto cinema d’oltralpe, dagli stacchi frequenti e schizofrenici con continui cambi di scena, in un continuo conflitto di location tra città e montagna fino a sfociare al gratuito, e assurdo, finale in terra africana. Contrapposizioni, contrappunti che fanno parte di una sceneggiatura molto ponderata ma in definitiva schematica. Uno stile e una struttura gratuiti, ridondanti, di cui finisce per rimanere prigioniero.

Giampiero Raganelli

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