Frantz

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

La cognizione del dolore secondo Ozon

Cosa vuol dire elaborare la perdita, tanto più quando questa è avvenuta in guerra? François Ozon, con Frantz, cerca di rispondere a questa domanda mettendo in campo diverse relazioni e implicazioni legate alla persona defunta (Frantz appunto). Dopo Potiche – La bella statuina (presentato nel 2010), il cineasta francese torna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2016 con il suo primo film in tedesco (senza dimenticare, però, la lingua madre) per raccontare la guerra a modo suo, poetico e profondamente incisivo. In Frantz ci sono sguardi, parole, suoni che si incidono nella memoria e, a tratti, con tatto, nella carne dello spettatore, quasi come accadeva coi versi dei poeti simbolisti.
«I singhiozzi lunghi
dei violini d’autunno
mi feriscono il cuore
con languore
monotono».
Dai nostri protagonisti viene citata, in particolare, la “Chanson d’automne” di Paul Verlaine che racchiude in sé, idealmente, tutto il lungometraggio, soprattutto perché esemplifica la condizione umana, precaria come una foglia morta in balia del vento (rileggetela tutta). Nei primi versi, che abbiamo voluto ricordare qui, il soffio dei venti autunnali si trasforma nei suoni dei violini, strumento musicale che tornerà nel corso della nostra storia.
Siamo nel 1919 in una piccola cittadina tedesca, Quedlinburg, una giovane donna, Anna (Paula Beer), trova, mentre arriva sulla tomba del suo promesso sposo, un uomo. Poco dopo si scoprirà di chi si tratta, Adrien Rivoire (Pierre Niney). Possiamo solo anticiparvi che è un francese e questa sua nazionalità farà emergere sentimenti contrastanti anche all’interno del contesto cittadino (Francia e Germania sono paesi che han combattuto l’un contro l’altro nel corso della Prima Guerra Mondiale). In quest’ottica Ozon riesce a mettere a tema insieme alla morte e all’elaborazione del lutto (già famigliare nella sua filmografia, affrontato in Sotto la sabbia), anche quello dell’altro da noi sia inteso come uomo estraneo in terra straniera sia per quel “tu” con cui ci si relaziona.
Dal punto di vista formale, il regista francese utilizza, tra i diversi espedienti, il passaggio dal bianco e nero al colore facendolo accadere come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, con lo spettatore che si ritrova a viaggiare nelle dimensioni temporali e ancor più consce e non, reali e di ricostruzione immaginifica toccando tutto come se lo si vivesse sulla propria pelle. Se per Pessoa il poeta era un fingitore, traslando potremmo dire che ciò accade anche col regista, cantore con la Settima Arte anche della menzogna che l’uomo sa dire e mettere in scena. Sì c’è anche questo in Frantz. «In un’epoca ossessionata dalla verità e dalla trasparenza, desideravo da tempo fare un film sulla menzogna. Come allievo e ammiratore di Eric Rohmer, ho sempre trovato le bugie molto eccitanti da raccontare e da filmare. Riflettevo proprio su questo quando un amico mi ha parlato di uno spettacolo teatrale di Maurice Rostand, scritto subito dopo la Prima guerra mondiale», ha dichiarato Ozon. Alla pièce si era già ispirato, nel 1932, Lubitsch con Broken Lullaby (in italiano L’uomo che ho ucciso), ma il regista di Una nuova amica (2014) ha scelto di non imitare il maestro e di rielaborare quella storia assumendo un punto di vista diverso e cioè quello della ragazza. Il suo desiderio è quello di far venire a galla la menzogna e tutte le dinamiche ad essa connesse centellinando il tutto, con la platea di turno che mette insieme i tasselli pian piano, quasi in simbiosi con la giovane. In quest’ultima opera, Ozon non vuole parlare “solo” di morte e guerra, ma anche dell’Amore con la a maiuscola (ricordiamo l’educazione sentimentale in Giovane e bella del 2013), passando dal desiderio di non dimenticare all’accettazione di nuovi sentimenti, in un percorso interiore che l’attrice co-protagonista riesce a rendere riempiendo lo schermo con notevole intensità. Ad arricchire questo percorso di rielaborazione del testo originale, ci pensano altre suggestioni con cui il cineasta “gioca” dal doppio (vedi anche la scena in cui Adrien si specchia e vede l’uomo defunto) all’effetto sensuale (basti pensare al bagno pur essendo sprovvisti di costume e non riveliamo altro). Nella seconda parte del film, tra l’altro, emerge la diversa rappresentazione della famiglia francese rispetto a quella tedesca (di echi più bergmaniani). Un altro aspetto fondamentale di conoscenza, ma anche di costruzione della menzogna è la lingua, laddove quella francese diventa quella segreta tra alcuni personaggi.
Come in una tavolozza di Manet (si chiude proprio con una sua opera), Frantz cattura perché trasmette vibrazioni di un tempo – ma non per questo desuete – e di un genere – quello del melò – che avvolge emotivamente con un’eleganza sempre più rara. Dal 22 settembre, distribuito da Academy Two, non perdetevi questa visione-immersione!

Maria Lucia Tangorra

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