Fortunata

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5.0 Awesome
  • voto 5

Estate romana

Cosa pretende di essere un film come Fortunata, secondo la visione dei suoi autori Sergio Castellitto (regia e sceneggiatura) e Margaret Mazzantini (sceneggiatura)? Lungi da noi l’intenzione di calarci nei panni del duo, ma proviamo comunque a dare una risposta. Opera neo-neorealista di impatto popolare con echi pasoliniani oppure ridefinizione del concetto di soap opera in versione “intellettuale” e perciò, in qualche modo, nobilitata? Qualunque possa essere la risposta Fortunata – presentato al Festival di Cannes 2017 nella prestigiosa sezione Un Certain Regard – è un lungometraggio sbagliato non certo perché sfugge a qualsiasi definizione compiuta, ma per il semplice motivo che racconta argomenti che i suoi autori, in tutta evidenza, non conoscono e affrontano secondo parametri semplicistici e didascalici. Come se, per loro, fosse sufficiente filmare lo squallore della borgata romana nell’estate opprimente, inserire personaggi sudaticci e stereotipati fino all’inverosimile, metterci un pizzico di analisi sociale con la Cina che avanza in territorio straniero per cogliere l’essenza di un contesto dentro il quale, al contrario, bisognerebbe penetrare sporcandosi le mani fino al sanguinamento, se ci passate l’iperbole. Un problema decisamente non nuovo nel cinema partorito dalla coppia a carattere famigliare Castellitto/Mazzantini – esempio per tutti Non ti muovere, sia nella versione letteraria della Mazzantini che nella trasposizione cinematografica del 2004 – ma che in Fortunata raggiunge un livello di superficialità talmente evidente da condurre il film a deragliare verso le zone del pasticcio inconsapevole, anche a causa di una confezione talmente patinata da fornire scontati paragoni con il peggior modus operandi messo in atto da Ferzan Ozpetek.
Evidentemente l’equivoco nasce dalla confusione tra realismo ed estetismo, due istanze in palese contraddizione tra loro. In Fortunata il Castellitto regista sfoggia una, tanto sicura quanto sterile, padronanza del mezzo cinematografico, confezionando belle sequenze ricche di elaborati carrelli e sontuose panoramiche – tra tutte quella ambientata nella caserma a ferro di cavallo verso la fine – però completamente superflue in un discorso che si vorrebbe d’impegno sociale ma che manca di una propria, precisa, dimensione drammaturgica, oscillando pericolosamente tra difficoltoso racconto di emancipazione femminile da reader’s digest e storia d’amore di stampo prettamente televisivo. “Dimenticando” persino di privilegiare il punto di vista della piccola figlia della protagonista, fattore che avrebbe potuto dare una salutare prospettiva, al contempo amara e fantastica, all’insieme.
A patire di questo “vizio di forma” sono anche gli interpreti, coinvolti in un miscasting da antologia. In primis una Jasmine Trinca – nel ruolo della protagonista del titolo, ovviamente in perfetta antitesi con le sorti del personaggio – volenterosa ma palesemente artefatta nella recitazione; uno Stefano Accorsi psicologo disposto ad innamorarsi di botto di Fortunata, per l’occasione in difficoltà come ai vecchi tempi; un Alessandro Borghi nella consueta e ormai usurata parte border-line e pure il cameo di un Hanna Schygulla, anziana minata dall’Alzheimer, personaggio a cui ci si è purtroppo dimenticato di scrivere la parte, vagando esso “fellinianamente” per buona parte del film, allo scopo di dare forse un tocco di ulteriore autorialità. L’unico a salvarsi è Edoardo Pesce, bravo e camaleontico nell’ingrato ruolo dell’ex marito violento e volgare della protagonista.
Se Fortunata, insomma, dovesse fungere da cartina tornasole, nonché titolo di punta, del nostro cinema in terra cannense, allora molte sirene d’allarme sarebbero già in azione. Anche se la selezione può essere giustificata dal mastodontico apparato produttivo – Universal Italia e Indigo Film a coprire le spalle – piuttosto che da autentici meriti artistici. Se invece si vuole trovare un cinema tricolore con qualcosa da dire, magari anche in forma discutibile e tuttavia sincera, meglio rivolgersi altrove. Decisamente.

Daniele De Angelis

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