Forever Young

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5.0 Awesome
  • voto 5

Ode all’immaturità

Ad osservarli con la dovuta attenzione, come senz’altro meritano, certi film finiscono con l’assumere uno stato paradigmatico sia riguardo al cinema del regista che li ha realizzati nonché del genere a cui appartengono.
Forever Young di Fausto Brizzi. Commedia italiana contemporanea. Come quasi sempre ha fatto nella sua filmografia, il cineasta romano prova ad innervare di una qualche analisi sociologica la sua ultima fatica. Per l’occasione focalizza al centro dell’attenzione una categoria di persone ben specifica, ovvero coloro incapaci di rassegnarsi allo scorrere del tempo. Quaranta, cinquanta, sessanta, finiscono con l’essere solo numeri, per gente che vagheggia il proprio modus vivendi cristallizzarsi in un eterno presente giovanile. Ecco dunque il cinquantenne impresario musicale Fabrizio Bentivoglio andare per discoteche e convivere con ragazzine poco più che ventenni; la maliarda Sabrina Ferilli trovarsi un toy-boy dietro consiglio dell’amica milf Luisa Ranieri, dando vita ad una catena di situazioni equivoche. Il D.J. radiofonico Lillo Petrolo – stavolta senza il sodale Greg – vedersi scavalcato dal “nuovo che avanza”, mentre l’avvocato di successo Teo Teocoli, a dispetto di una carta d’identità tendente agli alti numeri, pratica qualsiasi tipo di sport possibile e immaginabile fino ad un inevitabile segnale di cedimento fisico. Gruppo di personaggi che la sceneggiatura, tutt’altro che virtuosa ma essenzialmente poggiata sulla verve attoriale, mette in contatto tra loro, quasi a dichiararne implicitamente l’appartenenza ad una “casta” definita. Bene. Anzi, male. Perché il film, specchiandosi narcisisticamente nella principale peculiarità dei vari personaggi, finisce con il somigliare a loro. Confondendosi in una complicità improntata al più innocuo patetismo. Ben consapevole dei meccanismi d’incasso del cinema di oggi, Brizzi e compagnia (i fidi Marco Martani ed Edoardo Falcone, qui sceneggiatori) imbastiscono un canovaccio narrativo che vorrebbe rifarsi alla pochade classica stracolma di inganni ed equivoci assortiti – trattamento tutt’altro che dissimile dai vari cinepanettoni parentiani, peraltro spesso firmati, in sede di script, proprio da Brizzi e collaboratori – ma che finisce solamente con l’esprimere la piena solidarietà ad individui che, al contrario, avrebbero meritato qualche sana stilettata imbevuta perlomeno d’ironia. In Forever Young, nel tentativo di raggiungere ad ogni costo la “simpatia” trasversale di ogni tipo di pubblico, ci si dimentica volutamente dei modi in cui la commedia dovrebbe anche graffiare, fare satira su un mondo in continuo cambiamento e non in senso positivo. Di ciò Brizzi se ne deve essere reso conto, poiché al personaggio di contorno – l’unico dotato di un qualche spessore – interpretato dalla sempre brava Lorenza Indovina, riserva il trattamento standard dell’ingannata destinata ad una vita di solitudine in compagnia di animali domestici, loro sì incapaci di tradire. Purtroppo però, anche in questo frangente narrativo, si naviga a vista nel mare dello stereotipo appena abbozzato.
Nulla di sbagliato, per tirare un po’ le somme, nel provare a far sorridere attraverso una caratterizzazione superficiale dei personaggi. Tuttavia la mancanza di coraggio alla fine rende il (presunto) buonumore una sorta di riflesso meccanico, destinato a scomparire un secondo dopo la riaccensione delle luci in sala. Ad ulteriore discapito di un film che, inoltre, ambirebbe a risvegliare le dolci nostalgie di chi ha vissuto, in età consapevole, gli anni ottanta ma che non ottiene altro risultato se non quello di far riflettere, amaramente, sullo stato della nostra, un tempo gloriosa, commedia all’italiana. Parafrasando la celeberrima hit che si ascolta sui titoli di coda, l’immortale Video Killed the Radio Star dei Buggles, si sarebbe tentati di scrivere che Brizzi and Company Killed the Italian Comedy, se in realtà il turpe reato non fosse iniziato già molto tempo addietro. Sfornando, alla stregua di prodotti seriali al pari di tanti altri, lungometraggi come Forever Young si sta solo perpetuando l’agonia di un infinito “omicidio (im)perfetto”.

Daniele De Angelis

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