For Some Inexplicable Reason

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8.0 Awesome
  • voto 8

La vita sospesa

Ha la parvenza di un contemporaneo e trasandato Buster Keaton il goffo, divertente, complesso (e complessato) protagonista del film For Some Inexplicable Reason dell’ungherese Gàbor Reisz, in Concorso al Torino Film Festival.
Ha un alone di mistero (da caso umano, più che altro) questo flâneur girovago, questo bamboccione smarrito e un po’ nerd suo malgrado alle prese con un mondo alieno che gli sta troppo stretto.
In un’opera tanto anomala quanto paradossalmente lineare è la costante dell’inadeguatezza, del senso di non appartenenza, della ricerca senza capo ne coda di qualcosa o di qualcuno a tracciare le sghembe, sgangherate linee guida di un romanzo di (anti)formazione sciagurato, bizzarro, comico. É al suo interno che, indolente, disperato tra i disperati, si muove Aaron, ventinovenne di Budapest senza più fidanzata né lavoro, senza buoni propositi né prospettive eccetto che per il vago sogno di scrivere un romanzo mai neppure iniziato. Aggirandosi in una città frenetica (Budapest, poi Lisbona, poco importa), indaffarata, sempre più veloce di lui anche quando moribonda (non mancano, nel film, i riferimenti all’attualità), tra ex fidanzate sempre presenti, genitori apprensivi, amici più o meno realizzati, questo outsider, con le sue goffaggini da slapstick, si rifiuta di cambiare, fermamente deciso a resistere, (in)consapevole saltimbanco ritrovatosi in una realtà che non capisce (o, forse, capisce troppo bene) e che non lo accetta. Ma è proprio questa (romantica) diversità, questa apparente inettitudine a colorare un mondo triste, burocratizzato, nevrotico dei toni improbabili di una mente irrimediabilmente “altra”.
Tra Gondry e il cinema muto, tra la verbosità di un Allen e un decadentismo poetico stemperato da una messa in scena a tratti surreale (su tutte, l’inventività della sequenza della presa di corrente o della processione infinita di ex), da una comicità brillante ma facilmente accessibile, For Some Inexplicable Reason, tra i film di disagio (post) adolescenziale presentati in concorso al festival (il valido, e tematicamente prossimo, Big Significant Things, per dirne uno) è senz’altro il migliore, il più originale, il più inventivo.
Non è cosa da poco saper rappresentare l’inadeguatezza, la frustrazione, lo smarrimento (anche oggettivo, generazionale) attraverso un punto di vista tanto anomalo ed esasperato quanto condivisibile, uno sguardo capace di conservare, di portare con sé la tenerezza di una speranza tutta propria, senza per questo scadere nel banale, in un ottimismo ottuso, in una realizzazione gratificante e conclusiva di qualche tipo, irrimediabilmente vuota nella sua stucchevolezza.
Aaron, con la strenua difesa di sé stesso, del suo modo di (non) essere, del suo variegato universo interiore, diviene allora un titanico paladino di un sentire differente, un eroe romantico disastrato e incosciente con cui è impossibile, in fondo, non solidarizzare.

Mattia Caruso

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