Florence

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

One woman show

Sono molte le istanze che un film come Florence Foster Jenkins (semplicemente Florence nella versione italiana) avrebbe potuto portare avanti, con fierezza almeno pari alla consapevolezza. In primis un più o meno feroce apologo sulla mancanza di talento e la ricchezza che può comprare qualsiasi cosa, persino l’ipocrisia di far credere ad una persona di essere un’eccellente cantante mentre la condizione è distante anni luce. Poi un epitaffio definitivo sull’aleatorio concetto di meritocrazia, rimasto tale e quale ad una chimera sia nella New York del 1944 – anno di ambientazione del film di Stephen Frears – che ai cosiddetti giorni nostri. E in materia c’era da essere speranzosi, poiché il britannico Frears, nel corso della sua ormai affollata filmografia, non ha mai lesinato di assestare qualche sano colpo alla poco amata alta borghesia. Non aveva fatto però i conti con la Diva in persona; non quella presunta rispondente al nome che dà il titolo al lungometraggio, ma all’attrice che la interpreta. Ovvero Meryl Streep. Cioè una star la quale, con la sua semplice presenza, fagocita il film fino a farlo di diventare roba sua e “scipparlo” al regista di turno. Infatti Florence Foster Jenkins – presentato nella selezione ufficiale dell’undicesima Festa del Cinema di Roma – diventa lo show recitativo della Streep, che produce l’ennesima perfomance attoriale a tutto tondo in un’opera che oscilla dalla commedia al dramma secondo gli umori del personaggio principale. La quale non è più la figura storica della cantante più stonata del mondo ad essersi esibita nella mitica Carnegie Hall, tempio newyorchese della musica; bensì la Meryl Streep universalmente conosciuta, in grado di rendere prestigioso anche il più anonimo dei film semplicemente in virtù del proprio magnetismo interpretativo.
Abbandonata dunque ogni velleità di navigazione controcorrente, il settantacinquenne Stephen Frears dirige con indubbia beltà di confezione capace di muoversi virtuosisticamente lungo i ristretti crinali del manierismo, un’operina destinata a piacere innanzitutto alle spettatrici single pomeridiane, quelle che apprezzeranno la ferrea volontà di una donna capace di ottenere le sue vittorie anche con mezzi non strettamente riguardanti la vile pecunia. Meno (forse, ma non siamo poi così sicuri…) ai signori uomini, per l’occasione ridotti – con più di un fondo di verosimiglianza, a dire il vero – a ruoli di valletti esemplificati dal marito della donna, impersonato (bene) da Hugh Grant. Se il dubbio comunque riguardava la possibilità di sorridere e commuoversi, Florence Foster Jenkins – inteso come film – raggiunge il traguardo senza troppi problemi. Se al contrario si fosse preteso qualcosa di maggiormente sfaccettato allora tanto sarebbe valso recuperare il recente Marguerite (2015) di Xavier Gianolli ed incentrato sulle vicissitudini artistiche del medesimo personaggio femminile. In quel caso si avrà una fondata idea di ciò che avrebbe potuto essere Florence Foster Jenkins e non è stato. Un po’ per colpa del “cannibalismo” ormai irrefrenabile di Meryl Streep, ma anche per demerito della sceneggiatura di Nicholas Martin, che sorvola colpevolmente su qualsiasi accento critico nei confronti di uno status quo ora come allora impermeabile alle interferenze esterne. O quasi, visto che pure le stonature effettive possono benissimo essere scambiate per parodia azzeccata. Del resto viviamo o no da tempo in una sterminata piazza virtuale dove distinguere il vero dal falso è diventata impresa assolutamente improba? Ma anche a proposito di questo discorso, Florence Foster Jenkins gioca sapientemente a nascondino nel dissimulare le proprie teoriche ambizioni dietro un aspetto di opera, semplicemente e perfettamente, commerciale, perché destinata ad ogni tipologia di pubblico, in prevalenza – come accennato poc’anzi – femminile. O magari “ghettizzare” a priori risulterebbe ragionamento del tutto sbagliato, soprattutto nel fantastico mondo color pastello in cui si muovono divine creature in carne, ossa e, simbolicamente, celluloide come Florence Foster Jenkins/Meryl Streep.

Daniele De Angelis

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