Fiore

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Le sbarre invisibili

Cerca la realtà, il cinema di Claudio Giovannesi. E in tutta evidenza effettua questa sua ricerca negli ambienti che conosce meglio, ovvero quelli della gioventù “periferica” che tanto interessava, da un punto di vista sociale, un certo Pier Paolo Pasolini. Anche il suo ultimo lavoro, dal titolo bellissimo e ricco di differenti chiavi di lettura Fiore – presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2016 – si muove deciso verso questa, ammirevole, direzione. Raccontando la storia umana di Daphne, adolescente che ricorre alla piccola criminalità per sopravvivere fino a quando non viene arrestata in flagranza di reato dopo un inseguimento. Ed il film passa allora a descrivere la vita dentro (per anni) e poi fuori l’istituto di correzione dove la ragazza viene rinchiusa. Proprio la parte descrittiva, quasi documentaristica per rigore stilistico, del personaggio principale e degli ambienti in cui ella si muove, rappresenta il cuore pulsante di Fiore. La solitudine schiacciante che forma in negativo il carattere di Daphne diviene quasi una sensazione tattile, mentre un surrogato di famiglia si affaccia all’orizzonte in ambito carcerario, pur con tutte le asprezze del caso. Una detenzione che non redime, semmai ottiene l’effetto opposto. Quindi la storia d’amore, tanto tenera quanto difficile, con il coetaneo Josh, anch’egli recluso nell’ala maschile del medesimo riformatorio. Un rapporto trattato da Giovannesi – anche sceneggiatore – con tutta la sensibilità possibile, onde evitare inopportune scivolate nel melodrammatico. Ed infatti, dopo alcune traversie, i due si ricongiungeranno in un finale giustamente sospeso e incerto, nel quale viene insinuato nello spettatore il dubbio che il solo affetto che li lega possa non bastare a superare un destino sociale in apparenza già scritto da altri. Ovviamente nel nome di un’indifferenza sempre più dilagante.
Il “cinema verità” di Giovannesi compie dunque un deciso passo avanti, perlomeno rispetto alla sua penultima fatica Alì ha gli occhi azzurri (2012). Il paradosso di tale modus operandi rimane sempre lo stesso: costruire in primis nella fase di scrittura poi nella regia un effetto di verosimiglianza tale da azzerare le metaforiche distanze tra chi guarda il film e la storia in esso contenuto. Sotto tale profilo alcune svolte narrative presenti in Fiore appaiono ancora un po’ troppo forzate, messe lì appositamente per rimarcare la competenza cinefila del regista. Come ad esempio la parentesi al mare di Daphne in compagnia del padre biologico Valerio Mastandrea (sempre ottimo in una recitazione dai toni dimessi) e la sua nuova famiglia, certamente suggestiva ma dal sin troppo insistito sapore “truffautiano”. Potremmo prendere il cinema di Abdellatif Kechiche, tra i cineasti di oggi, come massimo esempio da imitare in tal senso, vedere il pluripremiato La vita di Adele (2013) in cui ogni sentimento e pulsione provata dai personaggi si riverbera senza mediazione di alcun tipo negli occhi e nel cuore del pubblico. Giovannesi non è ancora a quel livello, ma la strada imboccata appare quella giusta. Tali nei restano allora solo piccoli sbandamenti che intaccano solo marginalmente la buona riuscita di un lungometraggio coerente e sincero nel proprio spirito di racconto/denuncia di un’umanità del tutto rimossa non solo dalla politica più o meno “alta” ma persino dalle ordinarie cronache cittadine. Un film che, confondendo volutamente le carte tra finzione e realtà nell’utilizzare i nomi proprio dei ragazzi interpreti nel film, ci regala la performance di una giovane (non) attrice, Daphne Scoccia, di quelle assolutamente da ricordare per convinzione e intensità. La buona riuscita di Fiore poggia quasi interamente sulle sue esili spalle adolescenziali; quando Giovannesi saprà “mimetizzarsi” completamente dietro i personaggi che mette in scena, allora potremo forse dire di aver trovato un grande autore. Intanto accontentiamoci volentieri di questo buon film, in grado di aggiornare e revisionare alla luce della nostra non certo luminosa contemporaneità quelle tracce di neorealismo che tanti anni orsono fecero grande ed unico al mondo il nostro cinema.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

9 + sei =