Figlia mia

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Lievito madre

Un’esplorazione della maternità che guadagna autenticità ed emozione grazie a un cast superbo… Un mirabile sguardo che esplora con passione opposte idee di maternità”. Parole queste che non ci appartengono, ma che ci sentiamo di condividere poiché rispecchiano alla perfezione il nostro giudizio nei confronti del nuovo film di Laura Bispuri. Quelle che abbiamo scelto per dare il là a questa pubblicazione sono le righe entusiaste apparse sulle pagine di Variaty a margine dell’anteprima mondiale di Figlia mia nel Concorso della 68esima Berlinale, che portano la firma di Jessica Kiang. Noi le facciamo eco, accodandoci alle sue parole, poiché sintetizzano appieno quanto di buono la pellicola della cineasta capitolina si è fatta portatrice sana.
A tre anni di distanza da Vergine giurata, la Bispuri torna dietro la macchina da presa, scegliendo nuovamente la prestigiosa vetrina della kermesse tedesca per il battesimo di fuoco della sua opera seconda, prima che questa si affacci nelle sale nostrane il 22 febbraio con 01 Distribution.
Per la sua nuova fatica sulla lunga distanza, la regista romana ha scelto di raccontare ancora una volta l’universo femminile, ma spostando il baricentro drammaturgico del plot dalla ricerca di un’identità da prima negata e poi riconquistata, a una storia che parla di istinto materno e legami affettivi indissolubili, non necessariamente biologici. Uno spostamento che è anche geografico e che catapulta lo spettatore di turno da una terra straniera, martoriata e spietata, come quella albanese del Kosovo, ai paesaggi selvaggi, incontaminati e desolati della Sardegna. Questa farà da cornice a un conflitto materno tra due donne agli antipodi, chiamate a “battersi” per rivendicare il proprio ruolo nell’esistenza di una figlia ora contesa. Figlia mia ci catapultati senza se e senza ma al seguito di Vittoria, una bambina di dieci anni che all’improvviso scopre di avere due madri: Tina, madre amorevole che vive in rapporto simbiotico con la piccola, e Angelica, una donna fragile e istintiva, dalla vita scombinata e votata all’auto-distruzione. Rotto il patto segreto che le lega sin dalla sua nascita, le due donne si contendono drammaticamente l’amore di una figlia. Vittoria, vivrà un’estate di domande, di paure, di scoperte, ma anche di avventure e di traguardi, un’estate dopo la quale nulla sarà più come prima.
Ne viene fuori uno scontro/incontro che germoglia in un crescendo emotivo capace di accarezzare e di schiaffeggiare il cuore del fruitore, nel quale trova spazio anche qualche capitolo di un delicato romanzo di formazione. Un crescendo misurato e distillato che si materializza sullo schermo con lo scorrere della timeline, facendo leva e affidandosi a una scrittura che, sin dalla sua genesi, chiama in causa e rende il giusto omaggio al melodramma e al dramma familiare vecchio stile. Una scrittura che porta la firma della stessa Bispuri (a quattro mani con Francesca Manieri), che la cineasta traduce in immagini e suoni votati al realismo, tanto nel lavoro dietro la macchina da presa quanto in quello di direzione degli attori. L’approccio semi-documentaristico che ne caratterizza lo sguardo, con pedinamenti, tempi lunghi e macchina rigorosamente a mano costantemente attaccata ai personaggi, fa di Figlia mia un film asciutto e chirurgico (montaggio dai tagli netti come fatti con una cesoia, che rompono la linearità del racconto), oltre che estremamente maturo e deciso dal punto di vista dell’impronta formale. Un approccio, questo, che impreziosisce e personalizza l’opera e che di riflesso finisce con il dare il giusto peso alle toccanti performance attoriali di un terzetto protagonista davvero efficace, formato da Valeria Golino (Tina), Alba Rohrwacher (Angelica) e Sara Casu (Vittoria).

Francesco Del Grosso

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