Fellinopolis

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L’ennesimo omaggio a Fellini

Appena si pronuncia il nome di Federico Fellini – o anche soltanto Federico, se l’argomento in questione è inerente alla cinefilia – tornano rapidamente alla mente moltissime scene indimenticabili che lui ha materializzato attraverso le sue pellicole. Ogni sua opera ha almeno una scena entrata nell’immaginario collettivo. Federico Fellini (1920-1993), premiato con ben 5 Oscar (l’ultimo consegnatogli alla carriera qualche mese prima della morte), è stato uno dei registi più amati, omaggiati, citati e finanche scopiazzati, e basterebbe pensare a Woody Allen nel suo Rifkin’s Festival (2021), che cita, parodiandola, una sequenza di 8 ½ (1963), oppure per intero La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, debitore de La dolce vita (1960). Su Fellini c’è una sterminata opera bibliografica e filmografica, che ce lo presenta e/o ce lo ricorda in tutte le salse, e nel 2020, anno in cui cadeva l’anniversario del suo centenario (assieme a quello di Alberto Sordi) i festeggiamenti dovevano essere in grandissimo stile se non si fosse presentato il Covid. Tra le tante iniziative atte a commemorare il “Grande regista” (e “Grande bugiardo”) in quel 2020, ecco il documentario Fellinopolis (2020) di Silvia Giulietti.

Con tutta la mole di materiale su Fellini che nei decenni si è accumulata, sorgono alcune domande: questo nuovo documentario era veramente necessario? L’opera della Giulietti apporta qualcosa di nuovo a quanto già detto e scritto? Alla seconda domanda si può rispondere facilmente con un “no”, perché quanto viene raccontato da alcuni collaboratori coinvolti (Dante Ferretti, Maurizio Millenotti, Lina Wertmüller, Nicola Piovani, Norma Giacchero), dando la loro testimonianza aneddotica, sono fatti e fattarelli già (stra)noti. Invece per quanto concerne la prima domanda, si potrebbe rispondere con un “forse”. Se da un lato il documentario della Giulietti non è strettamente necessario, proprie perché intervista personalità “felliniane” che hanno onorato la figura di Fellini in altre opere (libri o documentari), dall’altro c’è in Fellinopolis un importante e luccicante materiale d’archivio, che alla fine funge da ossatura e da gustosa“ciccia” al memoriale firmato dalla Giulietti. Vedere quei backstage, realizzati da Ferruccio Castronuovo dentro i set di Fellini, fa ancora luccicare gli occhi, non solo perché appare Fellini e il suo estro, ma perché si vedono svelati i trucchi – artigianali – che stanno dietro alle sue immaginifiche opere. Il materiale d’antan proviene da La città delle donne (1980), E la nave va (1983) e Ginger e Fred (1985). Castronuovo, oltre a mettere a disposizione questa ricchezza visiva, rievoca anche lui, con allegria e rispetto, la figura di Fellini. Da questo Found Footage, che Castronuovo realizzò per la Rai ogni volta che il regista riminese si accingeva ad avviare una nuova impresa (La città delle donne doveva segnare il grande ritorno al fasto cinematografico dopo il cocente insuccesso de Il Casanova e il televisivo Prova d’orchestra), si evince l’amore di Fellini per il cinema e soprattutto per l’artigianato cinematografico. Questa documentazione diviene anche un omaggio alla Cinecittà dei bei tempi, prima dell’invasione televisiva (guardare attentamente Intervista di Fellini), luogo creativo di cinema e polis prediletta di Fellini. Per il resto Fellinopolis è ovviamente un rispettoso omaggio al Maestro, ma tolto quel materiale avrebbe veramente poco senso, e anzi da un certo punto di vista diverrebbe più una riverenza a Castronuovo per aver condiviso quel suo prezioso lavoro.

Roberto Baldassarre

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