February

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Un esordio da predestinato

E’ stato February, primo  lungometraggio di Osgood (Oz) Perkins (figlio dell’attore Anthony Perkins), ad aprire la sezione After Hours durante questa 33esima edizione del Torino Film Festival: un esordio complessivamente dignitoso, che, per quanto lo si possa considerare tematicamente vicino al filone horror più autentico, è necessario notare come tenti in più maniere di distaccarvisi, ad esempio preferendo ricorrere ad atmosfere sospese piuttosto che a prevedibili espedienti e affidandosi ad una sceneggiatura puntellata da rari ed enigmatici dialoghi.
Non è facile affrontare la trama di February senza riportarne gli snodi più rivelatori, dato che è anche in virtù del suo intreccio e del (parziale) scioglimento a cui questo va incontro che il film presta il fianco alle critiche e merita quindi la nostra considerazione. Imponendoci dunque di non far trapelare gli svincoli decisivi dell’intrigo, possiamo dire che February prende le mosse dagli strani avvenimenti che hanno luogo in un college femminile durante la settimana delle vacanze di Natale:  Katherine e Rose si ritrovano infatti ad essere le uniche due studentesse a non aver ricevuto la visita dei rispettivi genitori (per ragioni che resteranno poco chiare), e a dover quindi trascorrere le loro giornate tra le asettiche mura della scuola, assieme a due istitutrici. Durante questo periodo Katherine (Kiernan Shipka) sarà attanagliata da sinistre visioni, e sotto gli occhi sempre più impauriti di Rose (Lucy Boynton) il suo corpo diverrà il luogo eletto per l’incarnazione di una forza oscura e demoniaca. Parallelamente a questa linea narrativa troviamo quella che ha come protagonista Joan (Emma Roberts), e che scopriremo non essere temporalmente sincronica alla prima: Joan è una ragazza in fuga da qualcosa, probabilmente da un qualche centro di igiene mentale, e che si trova ad accettare passaggio da una coppia in viaggio per far visita alla tomba della figlia persa nove anni prima. Le due storie finiranno per intersecarsi e porsi in una qualche continuità l’una con l’altra, seppur con soluzioni non sempre soddisfacenti.
Va riconosciuto ad Oz Perkins un certo coraggio nel trattare un argomento così ampiamente affrontato come quello della possessione demoniaca (a partire dal capostipite L’esorcista di William Friedkin fino al riuscitissimo L’evocazione di James Wan) senza ricorrere a quegli stratagemmi con i quali viene comunemente identificato, preferendo inserirlo all’interno di una riflessione più ampia, che ha come oggetto una sensazione di isolamento innescata dall’assenza di un autentico calore umano (è in questo senso vicino al recente e acclamatissimo Babadook di Jennifer Kent). E se nel film non mancano scene con riferimenti ben identificabili (quelle ad esempio in cui Katherine vomita durante la cena e si contorce sotto le coperte), è impossibile non rimanere sorpresi (quando non proprio delusi) dalla sbrigatività con cui viene liquidato l’esorcismo di Katherine, come  a voler dire che non è questo un aspetto funzionale ad una corretta comprensione del film.
L’aspetto più sorprendente di February sta nel riuscire a suscitare nello spettatore una sensazione di freddezza quasi tangibile, grazie ad una scenografia che si dirama tra ambienti scarni e disadorni, e ad una serie di dialoghi destinati a restare sospesi e a non istituire alcuna relazione tra gli individui coinvolti.  Invece, nel punto decisivo in cui avrebbe dovuto finalmente fronteggiare quel macabro evento che la sua prima metà, nutrendo sapientemente le nostre aspettative, ci aveva  fatto continuamente presagire, il film finisce per presentare le mancanze più gravi:  le violenze compiute non sconvolgono nè fanno riflettere,  e il rimando tra il rito inaugurato nella prima storyline e poi rinnovato nella seconda è frutto di un’ elaborazione farraginosa e poco chiara.
Per quanto le sue premesse avrebbero potuto garantire un prodotto più coerente e dagli intenti più definibili, February resta comunque un esordio promettente se non altro perché dotato di una personalità  e un’identità proprie, caratteristiche non così comuni nel panorama horror odierno.

Ginevra Ghini

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