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Foglie al vento

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VOTO: 9

Mambo italiano

Arrivato sulla Croisette il grande momento di Aki Kaurismäki, da qualche anno assente sul grande schermo. L’ultimo suo lungometraggio, L’altro volto della speranza, infatti risale al 2017. Il regista finlandese torna a Cannes sperando di conquistare quella Palma d’Oro che gli è sempre sfuggita. Con L’uomo senza passato nel 2002 ricevette solo il Gran Prix Speciale della Giuria. Il film in concorso a Cannes è Fallen Leaves, nel titolo internazionale, mentre in finlandese suona come Kuolleet lehdet. Sono le foglie morte, che in Francia evocano tutta la malinconia della poesia di Prevert, il simbolo di questa opera del regista, che distilla il suo cinema, lo concentra in un’operina semplice e breve, ma che detona in tutta la sua potente innocenza. In un’atmosfera autunnale nordica, umida, in una Helsinki gelida, dalle luci notturne o dal cielo terso, Kaurismäki mette in scena la storia dell’incontro di due solitudini, due personaggi di ceto sociale umile, Ansa e Holappa, che si innamorano così, con un semplice sguardo, in un film dai dialoghi radi, che vuole tendere al cinema muto. Lui un netturbino alcolizzato, lei che passa a lavorare da un supermercato a un locale. I soggetti diventeranno tre, all’aggiungersi di un cane che viene adottato, e che verrà ribattezzato con un nome singolare. La scena in cui la protagonista fa il bagno al cane, lo accudisce con delicatezza e amore, è rappresentativa dei sentimenti di cui gronda il film.
Fallen Leaves (per l’uscita italiana Foglie al vento) funziona secondo tre coordinate temporali. Tutto il film sembra mantenere un gusto retrò zuccheroso, come in un rifiuto della modernità. I personaggi si scambiano il numero di telefono scritto su un foglietto che possono anche perdere, le insegne dei locali e dei negozi sono come quelle di una volta, le radio quelle d’altri tempi. Si usa ancora il jukebox mentre nei locali si suona musica d’antan come il celebre brano Mambo italiano. In parallelo però Kaurismäki ci ributta nel presente più drammatico. Quelle radio che sembrano al litio sputano in continuazione radiogiornali che aggiornano sugli ultimi spaventosi sviluppi della guerra in Ucraina. A fare da collante tra queste due coordinate che divergono c’è il cinema, che compare varie volte durante il film. I due protagonisti, conosciutisi da poco, vanno in sala a vedere un film di zombie, per la precisione I morti non muoiono di Jim Jarmusch. All’uscita qualcuno parla di Bresson e si scopre, dalle locandine, che la sala è in realtà una cineteca che proietta i classici del passato, con una programmazione peraltro molto ricca. Ogni volta che si passa lì davanti i poster sono cambiati. Ci sono film con Brigitte Bardot e classici della fantascienza con i dinosauri. Si vedono o si citano Bande à part, Pierrot le fou, Rocco e i suoi fratelli, L’argent. Per Kaurismäki il cinema autentico è quello del passato, proprio come la società, anche quella più povera e semplice, è ammantata di toni pastello, di colori smorzati, di tinte sbiadite autunnali. E con una citazione netta finisce il film. «Come hai chiamato il cane?», chiede Holappa ad Ansa. «Chaplin», risponde lei. Nella sua semplicità, nella sua esibita ingenuità, Fallen Leaves ci porta al primo cinema dell’autore finlandese, e da quello al cinema muto. E così Kaurismäki riesce, in questi tempi moderni, a far rinascere tutta la magia perduta del cinema.

Giampiero Raganelli

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